Era il 15 gennaio 1974 quando, sul network televisivo ABC, approdò una serie destinata a diventare un vero cult per il decennio successivo: Happy Days. La sitcom, ideata dal regista Garry Marshall (Pretty Woman, Se scappi ti sposo, Pretty Princess), nacque da una costola di Love, American Style o New Love, American Style, antologia televisiva trasmessa dal 1969 al 1974. Il ventiduesimo episodio della terza stagione vide tra gli interpreti Ron Howard e soci, e generò l’episodio pilota, poi rifiutato, Love and the Happy Days. Da quell’idea, venne sviluppato in seguito il telefilm che tutti conosciamo.
Happy Days: trama e personaggi

La situation comedy, ambientata a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, si concentra sui Cunningham, famiglia della medio borghesia americana residente a Milwaukee, nel Wisconsin. Protagonista assoluto è il timido Richard, detto Richie. Al suo fianco, il padre Howard, la madre Marion e la sorella Joanie. Il figlio maggiore Chuck appare sporadicamente durante la prima e la seconda stagione, per poi sparire senza spiegazioni.
Intorno a loro, i migliori amici di Richie, Warren “Potsie” Webber e quel Ralph Malph citato da Max Pezzali ne Gli Anni. Ad attirare l’attenzione del pubblico, tuttavia, fu Arthur Fonzarelli, detto Fonzie, meccanico rubacuori vagamente ispirato a James Dean. Inizialmente il suo ruolo avrebbe dovuto essere marginale, ma piacque così tanto da diventare uno dei personaggi principali. Completano il quadro Arnold e Alfred, che si alternano come proprietari del locale frequentato dai giovani, Arnold’s, e Chachi Arcola, cugino di Fonzie innamorato di Joanie.
Nel corso delle stagioni, molti degli attori abbandonarono per dedicarsi ad altri progetti. Il cast si riunì nell’ultimo episodio per il matrimonio di Joanie e Chachi. Howard Cunningham, con un brindisi finale, augurò a tutti -pubblico televisivo incluso- dei giorni felici.
L’American Dream e la dura realtà
Tema portante della serie, lo stile di vita degli Stati Uniti post seconda guerra mondiale, in pieno boom economico. L’American Way of Life, a volte stereotipato, calca la mano sulla rinascita culturale e sul divertimento di quegli anni, ai quali si accostano amore, amicizia e buoni sentimenti.
Happy Days fu prodotta negli anni Settanta, dopo la fine della Guerra del Vietnam. All’epoca, lo scintillio del sogno americano si era già in parte affievolito, per lasciar spazio ad un più disincantato realismo. Proprio per questo, gli autori scelsero di far fare agli spettatori un piccolo salto indietro nel tempo, sperando di ritrovare la spensieratezza e l’ottimistico entusiasmo di quel periodo. Un tuffo nostalgico nel passato che permise al giovane pubblico d’identificarsi con Richie & Co., capendo che, indipendentemente dal decennio, gioie e dolori restano sempre gli stessi. Meglio, allora, concentrarsi sui giorni felici.
Federica Checchia
Seguici su Google News





