Broken Mirror Games fa il suo debutto con un horror isometrico realizzato dagli sviluppatori Rock Square Thunder, ispirato all’omonima storia fumettistica scritta da Kyle Starks e disegnata da Artyom Topilin. Parliamone insieme!

Una storia avvicente

I Hate This Place è un survival horror isometrico in stile twin stick shooter, che richiama le atmosfere da fumetto vintage degli anni ’80, con un ciclo giorno notte, meccaniche gestionali e una narrazione più che coinvolgente.

La storia narra di Elena, una ragazza che ha perso la madre in circostanze misteriose. Ma nessuno della sua famiglia ha intenzione di raccontarle la verità. La sua amica Lou la convince allora nella folle idea di evocare L’uomo Cornato, un dio dell’altro mondo, ed avere finalmente delle risposte. Cosa potrebbe mai andare storto? Basta poco dato che la terra su cui poggiano i piedi le ragazze sembra essere luogo fertile di misteri, sette occulte e cospirazioni governative.
Buio totale, silenzio di interminabili secondi che sembra durare un’eternità e… Lou è scomparsa. Quello che Elena si ritrova davanti appena tornata lucida è una realtà stravolta, un mondo fatto di mostri demoniaci, figure misteriose e animali impazziti, che la attaccheranno al minimo sentore di movimento.

Pur essendo principalmente un horror, la storia di Elena e dei misteri che le ruotano attorno punta più alla tensione visiva che scaturisce dalla messa in scena del gameplay, lasciando il giocatore sempre all’erta che una creatura demoniaca o un membro di una setta religiosa possa attaccarlo.
La narrazione non è lineare o dettata da cutscene riepilogative. Per riuscire a comprendere ogni tassello del puzzle sarà necessario raccogliere indizi disseminati lungo la mappa e parlare con i personaggi che incontreremo, elemento che lo rende ben diverso rispetto alla storia della controparte fumettistica.

Gameplay…

L’elemento principale del gameplay è la componente stealth. I mostri all’interno del laboratorio non sono in grado di vederci, bensì hanno un udito molto sviluppato e sono in grado di ascoltare qualsiasi azione rumorosa intrapresa, realizzata graficamente a schermo dalla comparsa di onomatopee.
Aprire porte, attivare meccanismi o camminare su superfici rumorose si tradurrà di fatto in un vero e proprio attacco da parte loro. Sarà fondamentale quindi ispezionare l’area e studiare il percorso migliore da fare, il più delle volte accovacciati per sortire il meno rumore possibile.

Presto ci ritroveremo nel ranch di famiglia, un vero e proprio hub gestionale con depositi e tavoli da lavoro in cui potremo craftare gli oggetti che ci serviranno durante l’avventura. Qui potremo creare le bende per ripristinare la salute, realizzare armi e munizioni per affrontare i mostri, costruire bombe per far saltare ostacoli e creare nutrimento che ripristini la barra della fame del nostro personaggio.

…con qualche difetto

Purtroppo, però, tutto ciò che ruota intorno al gameplay non è privo di sbavature e risulta essere debole in molti punti. L’elemento crafting non è molto utile: la mappa è costellata di abbondanti risorse e quasi mai saremo costretti a crearle in laboratorio. Già dopo aver terminato il tutorial ci ritroveremo l’inventario pieno di oggetti di cui ancora non avremo compreso la reale necessità. Le missioni saranno appuntate su un diario, con un’interfaccia priva di segnali visivi che indichino suggerimenti di sorta. L’unico elemento che avremo a disposizione per comprendere cosa fare saranno pochi indizi dettati da conversazioni con NPC, non sempre comprensibili.
I comandi del personaggio risultano legnosi e molte volte si incastrano tra micro caricamenti di aree ed asset non andati a buon fine. Il framerate tende a calare durante i caricamenti fantasma delle aree, con il rischio che il conflitto con il mostro di turno vada a nostro svantaggio. La gestione della fame è la meccanica più frustrante: correre, leggere documenti e interagire con gli NPC non fa differenza, la barra della fame calerà ugualmente e saremo costretti a ricorrere spesso a consumabili.

Comparto artistico

Il design grafico è senza dubbio un punto di forza. Le linee marcate da fumetto e i colori molto saturi sono un chiaro segno distinguibile che danno un’identità ben precisa all’opera di Rock Square Thunder. Un buon lavoro.

In conclusione…

I Hate This Place si presenta come un survival horror isometrico con un’identità stilistica ben precisa e un’atmosfera estremamente riuscita che riesce distinguersi tra la vastissima mole facenti parte del mondo videoludico. Non è da meno l’affascinante comparto grafico ispirato ai fumetti anni ’80 e a una tensione costante costruita più sulla paura dell’ignoto che sui classici jumpscare.
Dall’altro lato, però, il titolo mostra diverse debolezze sul piano del gameplay. Tra queste il sistema di crafting poco incisivo, alcune meccaniche gestionali frustranti come quella della fame, controlli non sempre fluidi e problemi tecnici che incidono sul ritmo dell’esperienza, limitando fortemente il potenziale complessivo del gioco.

I HATE THIS PLACE | TESTATO SU PC

VOTO: 7+

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Federica Giorgi