I prezzi del petrolio sono schizzati a quasi 120 dollari al barile, prima di scendere leggermente oggi, mentre la guerra con l’Iran si intensifica, minacciando la produzione e le spedizioni in Medio Oriente e colpendo duramente i mercati finanziari. Il prezzo del greggio Brent, lo standard internazionale, è balzato a 119,50 dollari al barile, per poi attestarsi a 112,98 dollari. Il West Texas Intermediate, il greggio più leggero prodotto negli Stati Uniti, è schizzato a 119,48 dollari al barile, per poi scendere a 110,17 dollari.

Secondo la società di ricerca indipendente Rystad Energy, ogni giorno vengono trasportati attraverso lo Stretto di Hormuz circa 15 milioni di barili di petrolio greggio, pari a circa il 20 percento del petrolio mondiale. La minaccia di attacchi missilistici e di droni iraniani ha praticamente impedito alle petroliere di attraversare lo stretto, che confina a nord con l’Iran, trasportando petrolio e gas dall’Arabia Saudita, dal Kuwait, dall’Iraq, dal Qatar, dal Bahrein, dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Iran.

Iraq, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti hanno ridotto la loro produzione di petrolio a causa del riempimento dei serbatoi dovuto alla ridotta capacità di esportare greggio. Anche Iran, Israele e Stati Uniti hanno attaccato impianti di estrazione di petrolio e gas dall’inizio della guerra, aggravando i problemi di approvvigionamento.

Le Forze di Difesa israeliane hanno colpito circa trenta depositi e impianti petroliferi a Teheran, superando le previsioni iniziali di Washington. Gli attacchi hanno provocato incendi e distruzione diffusa, con gravi ripercussioni sulla logistica del greggio iraniano.

La riduzione della disponibilità di greggio e gas liquefatto sta alimentando speculazioni sui mercati asiatici e preoccupazioni per la stabilità dei prezzi globali. Alcuni carichi destinati all’Europa hanno già invertito rotta verso l’Atlantico medio, mentre i consumatori in Asia si preparano a pagare tariffe più alte.