Sono tempi duri per l’economia: le crisi geopolitiche in atto, le guerre e i dazi sembrano influire sulla crescita anche di settori che sembrano intoccabili (come quelli del lusso). Questo non sembra essere un problema, però, per il beauty italiano. Infatti, secondo l’indagine congiunturale del Centro Studi di Cosmetica Italia, il fatturato totale del settore cosmetico toccherà i 17,4 miliardi di euro a fine anno. Con un risultato del +5,1% rispetto al 2024 e in linea con la crescita media annua degli ultimi 10 anni. Mentre le esportazioni si confermano un forte traino e, con un valore stimato di 8,5 miliardi di euro (+7% rispetto al 2024), sono circa la metà delle vendite complessive.
Beauty italiano in crescita: si punta a 17,4 miliardi

Infatti, secondo le stime, il fatturato rivolto al mercato interno crescerà del +3,3% a 8,9 miliardi di euro. Invece, il valore dei consumi arriverà a 13,9 miliardi di euro, e questo segnerà un +3,7%, secondo i dati presentati in apertura della Milano Beauty Week. Lo ha affermato il presidente di Cosmetica Italia, Benedetto Lavino, proprio durante il convegno ‘Il Beauty tra etica e innovazione’, organizzato da Assolombarda.
Sappiamo che i cosmetici vengono comprati sempre più tramite e-commerce (+9% dei consumi rispetto al 2024). Invece per quanto riguarda i canali tradizionali, sono buone le performance di profumeria (+5,8%) e farmacia (+3,3%). Più contenuto l’andamento della grande distribuzione (+2,1%) e dell’erboristeria (+2,2%). Sul settore dei canali professionali, l’acconciatura segnala un aumento del 3,4% e l’estetica un +2,6% rispetto all’anno precedente. A livello di prodotto, si spende molto per la profumeria alcolica (+5,2% sul 2024) seguita da cura dei capelli (+4,9%) e della pelle (+3,9%).
I consumi di prodotti cosmetici sono stabili, anche nelle famiglie a basso reddito, con 219 euro di spesa pro-capite. Come ha detto Lavino, “Questo sottolinea ulteriormente quanto siano dei beni essenziali che fanno parte del nostro quotidiano. La spesa si differenzia pochissimo tra categorie a reddito alto e quelle a reddito basso, con un differenziale di circa cinque volte”.
Marianna Soru





