Cultura

Il Canto XX del Paradiso: l’occhio dell’aquila e la Giustizia divina

Il Canto XX del Paradiso non può essere letto e analizzato senza tener conto del precedente. In entrambi i canti infatti il tema centrale è la salvezza e il protagonista l’aquila, il simbolo dell’impero romano, formata dalle anime degli spiriti giusti. Già nel canto XVIII la troviamo nei personaggi ma è nei due canti successivi che questa dialogherà con Dante rispondendo alle domande del poeta sulla salvezza.

L’occhio dell’aquila

L'aquila degli spiriti giusti del Canto XX del Paradiso (Gustave Doré) - Photo Credits: tuttavia.eu
L’aquila degli spiriti giusti del Canto XX del Paradiso (Gustave Doré) – Photo Credits: tuttavia.eu

Il canto XX del Paradiso si apre con l’aquila che tace e con spiriti che la compongono che iniziano a brillar sempre più ed ad intonare un canto divino. Come quando la luce del sole si dissolve per lasciar spazio a quella delle stelle, dice Dante ad apertura del canto, per spiegare il passaggio da una luce all’altra. Una volta terminato il canto, l’aquila torna a parlare al poeta, producendo prima un suono che Dante paragona al mormorio di un fiume, successivamente un altro che ricorda il suono della cetra e della zampogna. Una volta uscito sotto forma di parole dal becco, l’aquila presenta gli spiriti che ne compongono l’occhio.

L’aquila avverte Dante che questi spiriti sono i più importanti di quel cielo e li presenta al poeta. Al centro dell’occhio troviamo Davide, che Dante presenta come il cantore dello Spirito Santo, mentre nell’orbita dell’occhio risiedono Traiano, Ezechia, Costantino, Guglielmo II d’Altavilla e Rifeo. Tutti gli spiriti sopracitati, ad eccezione di Rifeo, sono stati, per Dante, principi che in terra hanno ben governato. Vi è quindi un richiamo al canto XVIII, in cui il poeta esorta i principi terreni a governare amando la giustizia. Vi è inoltre la rappresentazione positiva di questi spiriti che è in contrapposizione con quella negativa dei re cristiani citati nel canto XIX.

Il dubbio di Dante

Tra tutti questi celebri personaggi Dante ne individua due in particolare, Traiano e Rifeo, che il poeta, considerando pagani, non pensava di trovare tra i beati del paradiso. Dante vuole saperne il motivo e pone immediatamente la domanda all’aquila. Le anime iniziano quindi a brillare sempre più intensamente, manifestando la gioia nel poter rispondere al dubbio del poeta.

L’aquila risponde che entrambi non uscirono dai loro corpi pagani, bensì cristiani. Traiano infatti, grazie alla speranza di san Gregorio tornò in vita ed ebbe fede in Cristo convertendosi al cristianesimo, permettendogli di ascendere al paradiso. Rifeo invece, concentrò tutto il suo amore nella giustizia, e per questo Dio gli svelò la futura redenzione dell’umanità, consentendogli di credere e di convertirsi.

La Giustizia divina e la conclusione del canto XX del Paradiso

A conclusione del canto XX del paradiso l’aquila parla della predestinazione, ammonendo gli uomini che giudicano senza conoscere il volere divino. Un volere che neppure i beati conoscono, ma l’ignoranza di questi è per loro dolce poiché loro vogliono ciò che Dio stesso vuole e quindi provano piacere nell’avere la sua stessa volontà. A cornice di queste parole Dante dice di ricordare le anime di Traiano e Rifeo brillare all’unisono alle parole che li riguardavano, così come il canto di un chitarrista è accompagnato dal suono che lo stesso produce pizzicando le corde del suo strumento.

Riccardo Malarby

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