Cultura

Dante, XIX Canto del Paradiso: “l’allegoria dell’aquila, la divina provvidenza”

Nel XIX Canto, un’aquila, dalla luce dorata, compare nel cielo di Giove, uno dei dieci cieli del Paradiso di Dante: la sua unica voce “io” e non “noi”, rivela il mistero che l’allegoria nasconde, la divina provvidenza, simboleggiata dalla comunione delle anime giuste che raggiungono nella loro comunione, “nell’io” , la beatitudine.

Dante, XIX Canto del Paradiso: l’allegoria dell’aquila, il giudizio universale

Credits: RiminiNotizie
L’aquila dantesca-Credits: RiminiNotizie

L’allegoria dell‘aquila, compare durante il viaggio ultraterreno del Poeta vate, nel cielo di Giove: dei raggi dorati illuminano la stella bianca, il quinto cielo del Paradiso dantesco, caratterizzato da luce argentea; la luce dorata dell’aquila, viene paragonata da Dante, al “rossore di una donna che arrossisce in volto e poi d’improvviso impallidisce”. I raggi dorati, simboleggiano la luce delle anime dei giusti, che nella vita terrena hanno osservato la giustizia terrena e ora davanti alla giustizia divina, nel Giudizio universale, non temono nulla, perché meritano la salvezza divina.

Il Giudizio Universale è preannunciato dalla voce dei giusti, dalla voce dell’aquila, che parla di se’ col pronome “io” e non “noi”, quanto si riferisce a se’ come “non al gruppo dei giusti”, ma alla beatitudine raggiunta: secondo l’aquila , nessun intelletto umano puo’ conoscere il mistero della sapienza e giustizia divina. Il mistero divino è impersonificato dal mare: l’uomo ha una vista limitata, non può leggere la sentenza divina, scritta sul fondale dell’oceano.

Pagani o cristiani, il loro destino

L’allegoria dell’aquila rivela il giudizio divino: nel Giudizio Universale dei pagani, Dio non guarda alle virtù intellettuali dell’uomo, bensì alle virtù teleologiche, non giudica l’uomo in base alla sua vita giusta, ma in base alla sua vita dedita alla religione cristiana. I pagani, anche se “buoni e saggi” non potevano conoscere la religione cristiana, perchè vissero in luoghi e tempi lontani dalla sua diffusione: questo è quanto scritto nelle Sacre Scritture, incomprensibile a nessun essere umano; tuttavia tutto ciò che discende dalla conoscenza umana rappresenta “il bene“, quindi secondo il principio di autorità della rivelazione delle Sacre Scritture all’uomo, la giustizia divina deve salvare i pagani, come l’Imperatore Traiano, anima di buon cuore in vita.

L’emblema del Giudizio Universale, impersonificato dall’aquila, rivela anche il destino dei cristiani: i cristiani corrotti, come Re Filippo, Il Bello, che ha coniato moneta falsa, danneggiando la Francia e Il Re D’Angio’, sono uomini peggiori dei pagani, che non per loro colpa, non hanno conosciuto la religione cristiana; il nome di costoro comparirà nel libro della giustizia divina.

Dante, XIX Canto del Paradiso: il destino dei pagani, secondo lo scrittore Pulci

Lo scrittore Pulci nelle sue opere parla dei pagani, come coloro che venerano il Sole, Giove e Marte, che si stanziano oltre le colonne d’Ercole, che rappresentano l’emblema del limite della conoscenza umana: secondo lo scrittore, Dio sarebbe ingiusto se salvasse le anime solo degli Europei, perchè cristiani e non quelle di coloro che si trovano in altre regioni del mondo.

Dante colloca i pagani, “Spiriti Magni”, nel limbo degli Inferi, ove sospirano invano, in attesa dell’agognata provvidenza divina, mente Pulci ritiene che “Dio sia stato crocifisso per il bene dell’umanità”, quindi anche i pagani, uomini che hanno operato secondo rettitudine, migliori dei cristiani corrotti, sono meritevoli dell’accesso alle Porte del Paradiso, ove in una metamorfosi “Immagini dei fiori” tramutano in “Immagini di beati”.

Marina Lotito

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