Willy Beachum (Ryan Goslin) è un giovane e rampante assistente del Procuratore Distrettuale sul punto di abbandonare l’impiego pubblico per entrare in un ambizioso studio legale privato. A cavallo del trasferimento accetta un ultimo compito: il caso di Thomas Crawford (Anthony Hopkins), reo confesso dell’omicidio della moglie fedifraga.
Ma quello che sembra un semplice atto formale si rivela ben altro. E presto Willy vedrà il proprio futuro professionale soffocare tra le spire del manipolatorio e brillante accusato.
“Il caso Thomas Crawford”: una criminale declinazione del genio
Thomas Crawford è un ingegnere aeronautico di successo, uomo di calcolo e precisione portati al parossismo. Per lui la vita è come uno dei meravigliosi marchingegni con cui si sollazza nel tempo libero. Un’armoniosa questione di pesi e contrappesi, di perfetti equilibri tra le parti, di meticoloso calcolo di cause ed effetti. Se si aggiunge alla ricetta il mefistofelico volto di sua maestà Anthony Hopkins, tutto diventa possibile. Anche uccidere con un colpo in testa la moglie, confessarlo e passarla liscia. Restiamo dalla parti di lecteriana memoria de “Il silenzio degli innocenti”, ma il cannibalismo di Hopkins questa volta è squisitamente mentale. Di un uomo che rivendica la propria assoluta superiorità intellettuale sul consesso civile, le sue regole e i suoi limiti.
Ed è proprio intorno a questi che tesse il suo machiavellico piano, pronto a trascinare oltre il limite chiunque osi sfidarlo. Il gioco della traduzione italiana è facile, motivato da ragioni di incasellamento commerciale – il legal thriller al suo apice nel 2007 – e di riferimenti storici di livello – “Il caso Thomas Crown”, celebre pellicola del 1968 di Norman Jewison con Steve McQueen e Faye Dunaway – ma perde il senso più profondo del titolo originale, “Fracture”. Che è la frattura, il difetto e il limite presente in ciascuna delle umane cose. E il confine ultimo oltre il quale cose e persone si spezzano irrimediabilmente. Ed è esattamente la sicurezza di se il punto debole che Thomas Crawford individua in Willy. Un giovane ambizioso e sfrontato che Ryan Golsing, nome ai tempi ancora in rampa di lancio, porta sullo schermo con talento sufficente a non finire divorato dalla presenza scenica di Hopkins.
Un buon thriller con qualche difetto
Un gioco intorno al concetto di debolezza e di punto di rottura prestato al topos del delitto perfetto che la messa in scena del pratico Gregory Hoblit (“Schegge di paura”) propone in maniera solida ed elegante, senza particolari guizzi registici e preferendo concentrarsi sulla soggettività attoriale degli efficacissimi nomi in campo. La pellicola scorre piacevole senza mai perdere ritmo, per quanto la sceneggiatura di Daniel Pyne un paio di momenti deboli nella meticolosa costruzione del delitto perfetto li mostri: non tutto è spiegabile né spiegato nei primi passi della macchinazione del gelido Crawford.
Ma tra trame e sottotrame – il rapporto di Willy con la aziendalista neo collega Nikki (Rosamund Pike); l’evoluzione di Willy da predatore a professionista consapevole e coscienzioso un po’ troppo melò e scontata – la vicenda è sempre ben orchestrata e costruita intorno a picchi di tensione ben arrangiati. “Il caso Thomas Crawford” è stato un degli, ehm, casi cinematografici del 2007: lodi sperticate ed evocazione dei maestri del genere. Ci fermeremmo ad apprezzarne l’indubbia godibilità e la maestria nelle interpretazioni. Ma per la matematica perfezione della messa in scena del possibile delitto perfetto i mostri scari, Hitchcock tra gli altri, rimangono semplicemente di un altro pianeta.
Andrea Avvenengo
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