Quando si parla di Andy Warhol, il pensiero corre automaticamente alla Pop Art e alle sue celebri serigrafie, che ritraggono indistintamente attori di Hollywood, politici e icone moderne, da Marilyn Monroe a Mao Tse-tung, fino ai barattoli di zuppa Campbell. Dal 1963 in poi, tuttavia, il visionario pittore e grafico statunitense si accostò alla Settima Arte, innamorandosene.
Tutto ebbe inizio dopo gli studi presso la cinémathèque di Jonas Mekas e il circuito del New American Cinema e, soprattutto, con l’acquisto di una cinepresa Bolex 16 mm, con la quale realizzò una serie di film minimali, dai titoli esplicativi come Eat, Kiss, Sleep, Blow Job, legati al soddisfacimento fisico dei soggetti ripresi. Queste prime incursioni, realizzati in piano-sequenza, rimandavano in qualche modo alla pittura, immobile e immutabile. L’effetto, tuttavia, era voluto, e riprendeva la sua filosofia: in un’epoca dominata dalla tecnologia tecnologica, l’imitazione diventava riproduzione, e non aveva bisogno del suo creatore originale.
Andy Warhol e il cinema: la Silver Factory

Luogo fondamentale per il cinema di Warhol fu la Silver Factory, ampio locale al quarto piano di un ex fabbrica di cappelli, sulla 47ª strada, divenuto il suo studio-laboratorio. Qui l’artista accoglieva i suoi ospiti in totale libertà; chiunque poteva entrare nella sua open house e prendere parte al processo creativo, venendo inglobato nell’ambiente e nelle opere. Couch (1964), è un esempio di questo approccio: la pellicola cattura gli incontri casuali che avvengono su un divano, inquadrato anche in assenza del regista, mostrando conversazioni e rapporti sessuali che vengono comsumati nell’indifferenza generale.
A quell’anno risale anche Harlot, il suo primo film sonoro, al quale fanno seguito Vinyl (1965) e Kitchen (1966). In tutti i lungometraggi è evidente il carattere collettivo di happening, con “intrusi” che invadono le inquadrature, diventando membri del cast. Il cinema di Warhol offriva, in un certo senso, una sottile parodia dell’industria cinematografica hollywoodiana, attraverso un ritratto caricaturale dei suoi protagonisti; divi come James Dean vengono ripetutamente presi di mira. Il suo intento, neanche troppo nascosto, era demistificare lo star system e alcuni generi, dal western al porno.
Gli Screen Test
Nel 1966 il regista si diletta con esperimenti mixed media, come The Velvet Underground, registrazione di un live della band, sulla quale applica luci stroboscopiche, doppie proiezioni e altre tecniche. Nel 1968, invece, inizia la sua collaborazione con Paul Morrissey, e diventa produttore di una serie di cult movie.
Elemento fondamentale del suo lavoro sono i cinquecento rulli di Screen Test, ritratti di uomini e donne passati per la Factory e filmati per tre minuti con camera fissa, su un fondo nero. L’artista chiedeva loro di restare immobili e fissare l’obiettivo, convinto che, evitando il montaggio e lasciando la ripresa intonsa, si potesse cogliere la vera essenza della persona. Attraverso espedienti e trovate non sempre d’immediata comprensione, Andy Warhol scandagliava l’animo umano, con un approccio quasi documentaristico, tentando di scavalcarea barriera tra la finzione e la realtà e, dunque, tra il cinema e la vita vera.
Federica Checchia
Seguici a Google news





