La società, anche se a modo suo, è in costante sviluppo. Uno sviluppo che, ad alcuni, appare più come un paradosso. Le ragioni sono molteplici e tra queste vi è sicuramente la lotta contro la violenza di genere. Un problema antico che ha assunto nel corso degli anni sfumature differenti, ma resta ancora oggi attuale. Una lotta avvertita tortuosa dai più, sia per la percezione generale della questione, sia per le dichiarazioni e le manovre del governo in carica. Un governo che non tutela, ma inasprisce le pene; che non mira alla prevenzione, ma alla repressione. Un governo convinto che “ogni donna che non viene uccisa è un fatto positivo“. Per aspirare a un cambiamento è fondamentale parlare delle scelte politiche e comprendere come e perché possono essere fallaci.

La repressione, da sola, non basta

È errato affermare che il governo di Giorgia Meloni non stia investendo tempo e risorse in merito alla violenza di genere. È, però, corretto affermare che le suddette risorse non siano volte a prevenire, ma a reprimere. Una differenza sostanziale quando si affronta una credenza radicata nella società e nella cultura. Una credenza che, in aggiunta, si sta intensificando con l’aumento dell’indipendenza e dell’emancipazione delle donne. Difatti il senato ha depositato il Femicides, Anti-Violence Centers, and Policy Targeting, documento pubblicato poi a ottobre di quest’anno dall’università La Sapienza di Roma. Si tratta di uno studio che cerca di predire la violenza di genere e i conseguenti femminicidi. È emerso che più le donne sono istruite, autonome e libere, più rischiano di subire violenza. Una conseguenza preoccupante che necessita di maggiore attenzione.

In primo luogo possiamo evincere una correlazione tra emancipazione femminile e diffusione della violenza e, conseguentemente, comprendere che gli abusi fisici e psicologici, così come i femminicidi, non possono essere repressi. Cerchiamo di capire perché, analizzando le leggi in questione. La prima è la legge 24 novembre 2023, n. 168 in merito al “contrasto della violenza sulle donne e della violenza domestica”. In sintesi la legge rafforza la risposta repressiva – come l’obbligatorietà del braccialetto elettronico – e mira a colmare le lacune procedurali per evitare, dunque, ritardi nell’applicazione di misure protettive. Gran parte dell’intervento è volto a migliorare le procedure dopo l’accaduto o, nella maggior parte dei casi, quando il pericolo è evidente.

Pene più aspre, ma i femminicidi continuano

Oltre la legge 168/2023 erano in discussione altre misure, come il DDL in merito al “consenso libero e attuale” che prevedeva un concetto cardine: in assenza di consenso è stupro. Il Senato ha bloccato la proposta di legge, inizialmente approvata alla Camera, il 25 novembre. La Camera dei deputati, lo stesso giorno, ha approvato con maggioranza trasversale il femminicidio come reato autonomo. “Un nuovo articolo nel codice penale, il 577 bis, che prevede la pena dell’ergastolo per chiunque uccida una donna come atto di odio, discriminazione, prevaricazione”. Nell’elenco non dobbiamo trascurare i settori in cui sono stati stanziati fondi, tra i quali figurano i centri antiviolenza e il sostegno economico alle vittime. Le manovre in questione, se prese singolarmente, rappresentano – seppur in piccolo – un miglioramento per combattere la violenza di genere.

Questi miglioramenti, però, se non affiancati a strategie preventive risultano incomplete. Tale incompletezza è dimostrata da casi di femminicidio come quello di Jessica Stapazzolo Custodio De Lima. Pare, infatti, che il braccialetto elettronico indossato dal compagno non abbia generato alcun allarme quando ha deciso di rimuoverselo. O, ancora, possono avvenire ugualmente casi di inosservanza quando si parla di violenza sessuale. Come riportato da Unione Sarda, due uomini sono stati assolti dall’accusa di stupro perché avevano mal interpretato il “no” della ragazza. Il giudice ha poi aggiunto che la violenza sessuale è avvenuta a causa di “una concezione assai distorta del sesso”.

Correre libere sempre, sempre

Il paradosso si riduce a questo: inasprire le pene a reato compiuto, ma trascurare gli strumenti di prevenzione. Il governo sceglie di vietare l’educazione psico-sessuo affettiva nelle scuole perché potrebbe “alterare le giovani menti” e, in casi di stupro, i giudici assolvono gli imputati per una percezione “distorta del sesso”. Quanto riporta questo articolo è il motivo principale che ha spinto molti utenti a credere che l’iniziativa di Giorgia Meloni sia inconcludente. Fanno riferimento a Corri Libera, un’attività organizzata il 25 novembre – giornata internazionale contro la violenza sulle donne – che prevedeva un percorso di cinque chilometri da percorrere a piedi. L’obiettivo, come annunciato dalla Presidente del consiglio, era quello di sensibilizzare sulla questione. Alcuni hanno commentato la vicenda sottolineando che tutte vorrebbero correre libere sempre, non solo in un giorno dedicato.

Stefania Cirillo