Il pessimismo di Giacomo Leopardi è una delle convenzioni più ferree di chi si accinge a leggere il poeta recanatese. Spesso descritto come perennemente triste, misantropo e malato, quasi per osmosi studenti e lettori ne hanno un’immagine falsata, pensando erroneamente che la sua produzione letteraria sia un pullulare di infelicità e arrendevolezza. Giacomo Leopardi, invece, desiderava la vita e la felicità.
Giacomo Leopardi, il pessimismo inesistente

La figura di Giacomo Leopardi aleggia da sempre immersa in funerei vapori di afflizione che semplificano l’anima di un poeta dal grande intelletto e dall’immensa sensibilità. ”Accusato” di pessimismo, quasi come se la sua tristezza trasparisse dai versi e infettasse il malcapitato lettore che si accostava a leggere un Canto o una Operetta Morale, si potrebbe azzardare un’affermazione: forse, queste malevole diciture non sono altro che inesistenti. Giacomo Leopardi non era una persona triste: sia lo Zibaldone che il suo corpus epistolare testimoniano come il poeta auspicasse a una intensa felicità, così come fosse mosso da intensi moti d’ affetto e di entusiasmo nelle innumerevoli lettere scritte agli amici o alle donne amate. In una lettera all’amico André Jacopssen, datata 23 giugno 1823, Leopardi scrive:
” […] Bisognerebbe o non vivere proprio o sempre sentire, sempre amare, sempre sperare. La sensibilità sarebbe il più prezioso di tutti i doni, se lo si potesse far valere, o se ci fosse a questo mondo qualche oggetto a cui applicarlo. Vi ho detto che l’arte di non soffrire è di questi tempi la sola che mi sforzo di imparare. Questo accade precisamente perché ho rinunciato alla speranza di vivere. Se dalle prime esperienze non fossi stato convinto che questa speranza era assolutamente vana e frivola per me, io non vorrei, non conoscerei altra via che quella dell’entusiasmo”.
Leopardi è sempre cosciente e lucido sulla sua condizione; si deve sempre sentire, amare, sperare e anche resistere, come poi scriverà ne La Ginestra. Il non soffrire diventa per Giacomo un’arte da padroneggiare perché seppur abbia rinunciato alla speranza della vita, in quanto cosciente della sua condizione, non tanto per riflessioni da lui maturate ma per le primordiali esperienze che hanno segnato la sua infanzia, e in seguito la sua vita, Leopardi resta convinto che se tali abitudini ancestrali non lo avessero condizionato avrebbe sicuramente perseguito la via dell’entusiasmo. Quindi, no: Giacomo Leopardi non ingloba nella sua anima il pessimismo, lo riconosce negli eventi capitati nel corso della sua esistenza ma non esorta a inseguire questa via, tutt’altro: parla di speranza ed entusiasmi.
Dialogo della Natura e di un islandese, un monito al realismo
La natura è matrigna, colpevole dei mali dell’uomo. Persecutoria e dispensatrice di illusioni come il Poeta affermerà nello Zibaldone. L’uomo moderno moderno, tuttavia, segue la ragione senza beneficiare di questo stato illusivo delle cose, a differenza dell’uomo antico che essendo vicino allo stato di natura era anche accostato alla poesia più di quanto l’uomo moderno possa mai tendere. Tuttavia, l’universo è sempre destinato a ripetersi in un rapporto di creazione-distruzione, un eterno ritorno di Nietzschiana memoria che insegue l’immagine circolare dell’uroboro per immaginare la circolarità del tempo.
Nel fine ultimo del ripetersi la natura è madre ma matrigna, in quanto non si preoccupa delle sue creature. Nell’Operetta Morale Dialogo della Natura e di un islandese, il protagonista si chiede quale sia il senso della vita; il mondo è una dimora fulgida in cui l’uomo è invitato a sostare ma che, tuttavia, non solo non offre alcun agio e comodità ma anzi attenta alla sua esistenza. L’islandese, infatti, morirà ucciso da due leoni. La concezione materialistica Leopardiana del rapporto Uomo-Natura trova in questa Operetta Morale il suo pieno compimento: alla Natura non interessa la sorte umana, le preme perpetuare il meccanismo della vita. Non è pessimismo questo ma realismo o, per meglio dire, la legge naturale delle cose che attraverso la sofferenza umana continua a operare.
Giacomo Leopardi: pessimismo, illusioni e natura matrigna
La Natura matrigna esiste, il male è onnipresente e le facoltà dell’uomo sono infinitamente più piccole della primigenia forza della legge naturale. In questo senso il pessimismo di Leopardi è molto simile a quello di Schopenhauer che, tuttavia, non è altro che la descrizione concreta e priva di artefici della vita umana: l’esistenza oscilla fra dolore e noia sfiorando di sfuggita attimi effimeri di piacere. Il dolore consuma l’uomo quando una necessità non è soddisfatta, e una volta appagata quel breve momento si dissolverà nella noia e nella presa di coscienza; quel bisogno impellente non è altro che un auspicio futile, come poi lo è tutto l’universo.
La sola e unica fonte di felicità, e qui torna ancora la tematica delle illusioni, è l’attesa prima del disinganno dell’età matura. A questa fase corrisponde l’adolescenza, dove la visione dorata della vita e le aspettative future diventano benzina per nutrire sogni e auspici. Leopardi evidenzierà questa condizione in uno dei suoi componimenti più noti, Il Sabato del Villaggio ( Canti, 1831). L’attesa della festa, il non ancora trascorso, l’immaginato diventa fonte di piacere che sarà mestamente disatteso nella deludente domenica a cui seguiranno ore colme di noia e tristezza.
E allora solo nell’illusione si può auspicare felicità, una pratica che appartiene alla gioventù; nell’ultima parte del componimento, infatti, Leopardi si rivolge a un ipotetico fanciullo esortandolo a godere della sua ”stagion lieta” e di non aver fretta di giungere a quella festa tanto attesa, quel giorno festivo che altro non è che l’età adulta dove ogni rosea visione perirà.
Questo di sette è il più gradito giorno,
Giacomo Leopardi – Canti (1831)
Pien di speme e di gioia:
Diman tristezza e noia
Recheran l’ore, ed al travaglio usato
Ciascuno in suo pensier farà ritorno.
Garzoncello scherzoso,
Cotesta età fiorita
E’ come un giorno d’allegrezza pieno,
Giorno chiaro, sereno,
Che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
Stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo’; ma la tua festa
Ch’anco tardi a venir non ti sia grave.
XXIII. Il sabato del villaggio
L’ uomo non deve rassegnarsi alla sofferenza né rinunciare alla felicità
La Natura Matrigna di Giacomo Leopardi è presente anche in A Silvia, composta fra il 19 e il 20 aprile del 1828, e pubblicata per la prima volta nel 1831 nell’edizione dei Canti. Nel componimento si colloca uno dei concetti chiave del pensiero leopardiano: il pessimismo cosmico. La Natura è incurate dei mali dell’umanità, il suo unico fine è quello della prosecuzione della specie attivato attraverso primordiali e crudeli meccanismi: la nascita dell’uomo e il suo doloroso destino. Seppur questa poesia sia erroneamente intesa come manifesto di lugubre angoscia, non esiste pessimismo in A Silvia di Leopardi. La figura di Silvia è simbolo di vaghezza e giovinezza ma, specialmente, di disillusione che introduce alla vita adulta lasciando alle spalle quell’età che mette fine alle illusioni proprie della gioventù.
O natura, o natura,
Giacomo Leopardi – Canti (1831)
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?
XXI
A Silvia
La morte di Silvia rappresenta anche la morte delle illusioni giovanili del poeta e della gioventù in senso lato; ecco il rimprovero di Leopardi alla Natura che prima promette e poi non mantiene le sue promesse. Anche questo, però, non è pessimismo ma una presa di coscienza.
L’anima di Leopardi è talmente complessa che coglie la tragicità della realtà delle cose, laddove chiunque altro vede tristezza. Il finale di tutta l’umanità è la morte preceduta dalla distruzione delle speranze giovanili, proprio come accade a Silvia. Il perpetuo canto della fanciulla e l’ avvenir che aveva in mente non esistono più, e lei stessa non c’è più. Nonostante la poesia si chiuda con un’immagine funerea, nei versi, c’è un messaggio che nulla ha a che vedere con il pessimismo: l’uomo non deve rassegnarsi alla sofferenza ma resistere.
Giacomo Leopardi, nessun pessimismo ma resistenza al dolore: La Ginestra
In Canto notturno di un pastore errante dell’Asia Giacomo Leopardi scrive:
”O forse erra dal vero, / mirando all’altrui sorte, il mio pensiero: / forse in qual forma, in quale / stato che sia, dentro covile o cuna, / è funesto a chi nasce il dì natale”
Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, vv. 139-14
Il poeta, nelle vesti di un pastore, interroga la luna sul suo ruolo nel governare un gregge che gli appartiene. Essendo quest’ultimo di natura animale non ha contezza del dolore del mondo. Sogna di andar via e viaggiare ma, appurando di non poter soddisfare questo desiderio, conclude che nascere sia tragico. Gli auspici e le illusioni sono ancora una volta parte di una realtà crudele. Ma la realtà del mondo è intrisa di ferocia e truculenza; mostrare la verità non è pessimismo ma affrontare una visione non edulcorata, probabilmente più confortante, ma priva di realismo.
Leopardi dona ai suo lettori la soluzione ideale per sopravvivere a questo graffiante realismo. L’uomo pensa di essere grande e immortale ma è molto piccolo rispetto alla Natura; non per questo deve sopperire al suo cospetto ma accettare lo stato delle cose e conviverci in una visione armonica di fratellanza e di solidarietà. Il messaggio è solo uno: resistere stoicamente. Il poeta vede nella ginestra un simbolo di coraggio e resistenza di fronte a un destino inevitabile.
Nè sul deserto, dove
Giacomo Leopardi – Canti (1831)
E la sede e i natali
Non per voler ma per fortuna avesti;
Ma più saggia, ma tanto
Meno inferma dell’uom, quanto le frali
Tue stirpi non credesti
O dal fato o da te fatte immortali.
XXXIV
La ginestra, o il fiore del deserto
Giacomo Leopardi indica il fiore come modello di condotta per l’umanità di fronte al fato avverso. L’arbusto resistente, esposto alla forza furiosa e primigenia della natura, resiste eroicamente. Questo fiore che cresce nel deserto è simbolo di speranza, di possibilità verso l’avvenire e di coscienza realista. Nell’epigrafe de La Ginestra, Leopardi colloca – non a caso – una citazione del Vangelo di Giovanni:
«E gli uomini vollero / piuttosto le tenebre che la luce»
Gv, III, 19
Le tenebre potranno essere sconfitte solo quando l’uomo prenderà coscienza della propria condizione, non eludendo la verità e cooperando insieme. Il pessimismo attribuito a Leopardi non è altro che la consapevolezza di un dolore che ha tratti universali che sconfinano in unico punto: la realtà.
Foto in copertina da liberliber.it
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