Abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Emanuela Fontana, autrice de Il respiro degli angeli: Vita fragile e libera di Antonio Vivaldi. Il libro, edito da Mondadori, ripercorre gli anni del compositore italiano dalla sua gioventù alla sua vecchiaia. Un romanzo storico in cui ritmo e passione escono fuori dalle pagine e donano un corpo e una voce ad un nome importante per la storia della musica, ricordato da tutti per le sue straordinarie composizioni ma dimenticato nel tempo nella sua umana imperfezione.

Ciao Emanuela e grazie per concederci questa intervista! Iniziamo rompendo il ghiaccio con una domanda su di te… sì, proprio quella a cui probabilmente chiunque odia dover rispondere. Chi è Emanuela Fontana?

È molto più facile parlare dei personaggi che di se stessi! Credo di essere una persona con molte fragilità e molta tenacia. Mi sono spesso plasmata nella fatica: prima con anni di sport, poi con una lunghissima esperienza da cronista nei giornali. Il mio primo impegno è correggere i miei difetti e migliorarmi, dalla scrittura al rapporto con il mondo. Mi riesce un giorno sì e dieci no, comunque l’importante è che ci sia un progresso. Cerco sempre di mantenermi libera nello spirito e nel giudizio.

Per me l’immedesimazione in chi si ha di fronte è la base di ogni dialogo, di qualsiasi relazione. Mi piacciono le persone buone e che ragionano usando l’intelligenza, di cui tutti siamo dotati, ma che qualcuno infila nel cassetto, capita anche a me. Amo camminare e ho lasciato sette anni fa il posto fisso in un giornale per dedicarmi a scrivere, esplorare la natura (sono diventata guida ambientale escursionisitica) e per prestare più attenzione agli altri, che prima osservavo e frequentavo troppo di corsa.

Ho avuto modo di assaporare il tuo libro, “Il respiro degli angeli: Vita fragile e libera di Antonio Vivaldi”. Devo essere sincera, hai risvegliato in me interesse per questo compositore. Sono cresciuta ascoltando la musica classica a casa di mia nonna, ma ogni volta che ci si approccia all’arte si tende a ricordare solo il nome dell’artista. Non ci si ferma mai a pensare come fosse realmente l’uomo (o la donna) dietro la fama. La parte umana, insomma, tende ad essere dimenticata. E in alcuni casi, credo, dovrebbe essere ricordata tanto quanto l’arte lasciata ai posteri. D’altronde, lo sappiamo tutti, l’arte nasce da esperienze ed emozioni umane. Sarei molto curiosa di sapere come è iniziato il tuo interesse per Antonio Vivaldi e cosa ti ha fatto capire di voler raccontare la sua storia.

Antonio Vivaldi tanti anni fa era una cassetta che infilavo nel registratore per prepararmi all’esame di terza media. Era il periodo in cui studiavo privatamente chitarra classica e speravo di essere interrogata su Vivaldi o su Liszt. Feci l’esame il giorno del solstizio, il 21 giugno, e mi venne un idea: augurai buon primo giorno d’estate a tutti. La professoressa di musica fece partire l’Estate. Ricordo che quella musica mi dava aria, energia e che mi faceva sentire un gabbiano che si affidava alle correnti e ne veniva travolto. Negli anni andai avanti ad ascoltare Vivaldi, arrivò Youtube e arrivò la mania per la scrittura. In un romanzo mai pubblicato facevo suonare a una banda esclusivamente musica di Vivaldi. Un amico me lo fece notare e io la definii un’ossessione.

Credo che nella vita siamo circondati da idee o persone che ci sfiorano infinite volte ma che noi non vediamo, non afferriamo, forse per distrazione, o perché non è il momento.

Il momento è arrivato un giorno di settembre del 2016, dopo il terremoto delle Marche e di Amatrice, appena tornata dai paesi distrutti, dove avevo lavorato scrivendo articoli. Mi fu diagnosticata la pleurite, acqua nel polmone, avevo qualche linea di febbre e un leggero affanno, quando, leggendo un articolo sull’Ariosto, mi tornò inspiegabilmente in mente Vivaldi. I momenti di debolezza sono spesso quelli in cui le intuizioni trasparenti diventano più vivide, le famose crepe da cui passa la luce… Avevo solo il telefonino con me perché ero ospite da una mia amica e lessi qualcosa ma mi fermai subito. Vivaldi soffriva dalla nascita di un problema ai polmoni o al cuore, una “ristrettezza di petto”. Vidi un bambino dai capelli rossi che faticava a respirare ed  ebbi una crisi di respiro, probabilmente un attacco di panico. La mia amica chiamò l’ambulanza e finii all’ospedale San Camillo.

Quella notte, circondata da sofferenze molto più grandi della mia, iniziai a scrivere alcune parole che componevano le prime immagini di questo romanzo, la vita del piccolo Toni dai capelli rossi, il suo desiderio, la sua smania, di aria.  

Ci sarebbe veramente tanto da dire su questo racconto di una vita straordinaria, ma vorrei soffermarmi sulla musicalità della storia. Ho fatto una prova mentre leggevo il tuo libro, ho messo di sottofondo Le quattro stagioni e mi sono lasciata trasportare da musica e parole. Il risultato? Un ritmo incredibilmente coordinato tra le due forme d’arte. L’alternarsi di allegro, presto, adagio e largo tanto nelle sensazioni suscitate dalla storia scritta quanto in quelle stimolate dalle note. Il voler riproporre il ritmo del concerto probabilmente più famoso di Vivaldi nel libro dedicato alla sua vita è qualcosa a cui hai pensato mentre scrivevi?

Sì, non c’è scena di questo romanzo che io non abbia scritto e riscritto con la musica di Vivaldi, ascoltata a controllata sugli spartiti. All’inizio il libro aveva una struttura a stagioni e l’intento, fin dalla prima pagina, è stato proprio quello di calarmi nel cuore musicale dell’Inverno per la lettera iniziale e della Primavera per l’infanzia, al punto da voler trasmettere lo stesso ritmo alle parole. Alle volte affannato, altre rapide, come sostenute da un vento. Forte e piano. Vivaldi mi ha insegnato che una stessa idea narrativa si può scrivere con un tempo e un’intensità differenti. Volevo che la luminosità di Venezia fosse la stessa del concerto della Primavera. Che il Mi maggiore fosse il tono per descrivere quello splendore e quella luce, laguna e cielo che si specchiano a vicenda, che si baciano sempre, mi piace dire.

Lo stesso è successo per le altre stagioni, come l’Estate vorticosa e più drammatica nel bosco di Mantova, l’Autunno per la parte di Anna, il personaggio femminile, ancora l’Inverno nel gelo di Vienna, e per tutte le pagine in cui descrivevo altri concerti (finora ne sono stati trovati più di 400, ho dovuto selezionare). Cercavo di capire profondamente perché Vivaldi avesse scelto una tonalità e quali erano le ombre e i riscatti, le malinconie e le esaltazioni che quella scelta portava alla musica. L’ascolto della musica mi faceva vedere le immagini e la sfida era dare ritmo ad esse seguendo lo stesso passo sincopato e poi veloce, tenero e poi trascinante. Spesso mi sentivo presuntuosa, ma poi mi dicevo che Vivaldi era un gran presuntuoso, e allora mi assolvevo.  Un sogno è che i lettori leggano con la musica in sottofondo. Il mio lavoro è stato al servizio della musica, ho cercato di rimanerne fedele il più possibile.

Passiamo ad un aspetto forse un po’ più tecnico ma che trovo altrettanto interessante: il tuo processo creativo. Da quando hai deciso di voler scrivere un libro su Tonino a quando hai concluso la tua opera, come ti sei documentata sulla vita di Vivaldi? Quanto hai dovuto o voluto romanzare e come hai scelto di creare quelle parti di storia mancanti?

Inizialmente questo romanzo era un’idea per il cinema, anzi, un esercizio. Lo presentai come soggetto a un corso di sceneggiatura tenuto a Roma da Arcangelo Mazzoleni e Mariella Buscemi. Loro poi mi seguirono nel trasformare il soggetto in un trattamento scalettato. Dovendo frequentare il corso ed essendo ancora debole per viaggiare, studiai inizialmente sui testi, in particolare la rivista Studi Vivaldiani e il saggio biografico di Egidio Pozzi. Riuscii solo ad andare a Torino, alla mostra della Biblioteca nazionale universitaria sui manoscritti vivaldiani l’Approdo Inaspettato. Lì capii che l’osservazione della scrittura degli spartiti era un’altra via per calarmi in una mente intensamente musicale, che inseguiva un sogno, un’ambizione, con una fretta smodata.

Poi continuai con gli altri saggi, ma più studiavo e più mi rendevo conto che la scaletta andava continuamente modificata perché molti anni e molti aspetti di questa vita sono in parte oscuri. Più studiavo e più si spalancava un mistero. Mi trovavo di fronte a un immagine di musicista prete e impresario, a volte senza scrupoli e attaccato al denaro, ma dall’altra parte avevo la musica, adagi pieni di dolcezza e rincorse sfrenate come quelle di un bambino.

Chi era Antonio Vivaldi? Era l’uomo che compariva dalle rare lettere di lavoro (non ce ne sono arrivate di private) e da sporadici e brevissimi commenti dei contemporanei? O un artista che inseguiva un candore, che si era formato attraverso la sofferenza e le fragilità, così come mi appariva dall’ascolto?

La fragilità e la libertà sono stati i semi di questo avvicinamento a Vivaldi. Uomo fragile e libero, contraddittorio fino all’esasperazione. Decisi quindi di modificare la struttura rendendola più fedele ai fatti e di studiare più a fondo. Tutto questo mi ha portato a trasformare uno schema in un romanzo e a decidere di partire. Nella primavera del 2017 iniziarono i miei viaggi a Venezia, settimane di solitudine in cui alternavo lo studio di Vivaldi, del settecento e di Venezia, nelle biblioteche e negli archivi, all’ascolto della musica e ai sopralluoghi nella città. In questo modo portavo avanti parallelamente la parte creativa, costruendo le immagini direttamente dalla strada (quindi dal campo della Bragora, dal sestiere di Castello, dalla laguna che percorrevo in vaporetto studiando la luce in tutte le ore del giorno, una volta anche alle cinque del mattino) e la documentazione, per non straripare, per rimanere nel tracciato dei fatti accertati.

Spesso era come se chiedessi autorizzazione a Vivaldi: così è troppo? Questo è verosimile? Non pensavo tanto al giudizio degli altri, o di chi è più esperto di me, ma al giudizio di Vivaldi in persona.

Mi sono fermata quando sentivo che c’era qualcosa di eccessivo, ho seguito l’intuizione quando un’idea mi spingeva fortemente ad andare in una certa direzione e ho lasciato la porta socchiusa quando percepivo che così era giusto, come per il rapporto tra Antonio e Anna. La delicatezza era il sentimento che sentivo più forte quando dovevo scrivere di lei e quando lui le era accanto. Le risposte me le ha sempre date la musica. Ho lavorato nello stesso modo a Mantova, a Vienna e a Roma, dove mi era più facile perché vivo in una casetta in affitto. Essere fedele contemporaneamente alla storia e al sentire, quindi anche alla musica, è stato un lavoro molto complesso, che è andato avanti fino all’ultimissima fase dell’editing.

Penso che dietro la scrittura di un romanzo storico ci sia un lavoro molto più complicato di quanto ci si possa immaginare. Studio dei fatti e libertà creativa devono camminare di pari passo ma non pestarsi i piedi a vicenda.

Scrivere un romanzo storico significa interrompersi anche due o tre volte a ogni riga per verificare se un oggetto o una parola era presente nell’epoca che si sta descrivendo. Il flusso della scrittura deve essere arrestato continuamente e bisogna stare attentissimi agli errori, soprattutto quando una scena viene modificata. Per questo le parti per me più facili sono state quelle di ispirazione, quando Toni, e poi Antonio sentono la musica e scrivono. Lì mi dovevo anzi frenare, tendevo a non staccarmene mai. In fondo mi plasmavo anche sui difetti del personaggio protagonista, il nostro Antonio, un incontenibile. L’editing è stata una fase delicata, perché ho ripreso in mano il lavoro dopo un anno e le verifiche erano diventate difficilissime, le biblioteche spesso chiuse, non si poteva viaggiare. Mi è spiaciuto non tornare a Venezia e non condividere il mio lavoro prima della pubblicazione.

I miei soggiorni si erano svolti nel silenzio e nella solitudine, quello sarebbe stato il momento del confronto. Nelle difficoltà ho trovato però dei soccorritori e dei maestri, che porto sempre nel cuore. Non finirò mai di ringraziare poi gli studiosi che si sono dedicati a Vivaldi nell’ultimo secolo, ma anche tutti gli studiosi di storia che ho sentito accanto attraverso i loro libri, e Carlo Goldoni, che mi è venuto in aiuto miriadi di volte. Senza di loro questo romanzo sarebbe stato solo un tentativo di estro, per usare un linguaggio di Vivaldi, ma privo di armonia (l’Estro Armonico è il nome dell’Opera che rese famoso Vivaldi prima dei concerti delle Stagioni). Naturalmente parlo di obbiettivi nella mia testa e non di risultato, il cui giudizio spetta a chi legge.

Dopo tutto questo iter narrativo, senti di conoscere un po’ Antonio? Quando si lavora bene su dei personaggi, soprattutto se realmente esistiti, forse è come se un minimo ti appartenessero, se fossero diventati tuoi amici durante la scrittura.

Antonio Vivaldi non mi appartiene, spero invece che il mio lavoro abbia contribuito a farlo appartenere di più a tutti. Mi piace chiamarlo il nostro Antonio, o il nostro Antonio Vivaldi, non solo con la mia editor, Linda Fava, ma con tutti, quando mi si chiede di lui. Quanto a me, mi è stato e mi sta accanto con pazienza. Qualche volta, raramente, mi ha fatto arrabbiare. Vivaldi doveva essere un uomo spiritoso e scherzoso ai limiti del dispetto. Mi ha insegnato a non interrompere la musica quando la ascolto, a lasciare le monete ai musicisti di strada e a difendere le mie idee e la mia dignità. Ma andrebbe su tutte le furie, fuoco e fiamme, se lo considerassi mio, prima di tutto perché era un uomo libero, e poi perché voleva piacere a tutti, arrivare a tutti.

Credo che compito di chi studia non sia far propria una cultura, ma restituirla. Non ho scritto un saggio, ma volevo restituire la bellezza di questa musica, di Venezia, dell’Italia, di un’anima mai esplorata per come mi arrivava attraverso la musica.

Se potessi viaggiare nel tempo ed incontrarlo c’è qualcosa che vorresti dire a lui da bambino e a lui da anziano Maestro?

A Vivaldi bambino direi: “Scusami, piccolo Toni, se ti ho fatto cambiare scena tante volte, spostato di qua e di là, ma almeno ti ho fatto uscire di casa spesso.” L’infanzia è stata la parte più elaborata in fase di editing. Al vecchio Antonio: “Se pensi che sarai dimenticato sei un presuntuoso. La presunzione è il tuo primo difetto. Fidati, di te rimarrà memoria, anzi…finirai nelle segreterie telefoniche!” Vivaldi dopo la morte in povertà è stato dimenticato per due secoli e riscoperto negli anni Venti del Novecento.

Se io dovessi descrivere brevemente il tuo libro ad una persona che non lo ha letto direi che tra le pagine sono nascosti tutti gli elementi naturali che hanno forgiato e plasmato uno dei più grandi compositori della storia della musica. Come descriveresti tu in una frase il tuo Il respiro degli angeli?

La definizione più bella l’ha data mia mamma, con cui abbiamo sempre opinioni divergenti su tutto, a partire dal caldo e dal freddo. Ha letto il romanzo prima della pubblicazione, in un periodo in cui ero particolarmente piena di dubbi. Le è piaciuto molto, non era scontato. Ha detto: “Ora non pensare ai difetti e non ti preoccupare se non piacerà a tutti, questo romanzo è una carezza a Vivaldi.” Mi piacerebbe che non lo pensasse solo mia mamma: una carezza.  

Un libro coinvolgente e pieno di passione, quella della scrittrice e quella del personaggio storico. Spero di leggere in futuro altri tuoi libri dedicati ad altri artisti, hai già qualche nome in mente? Puoi darci una piccola anteprima dei tuoi progetti futuri?

Ho quattro idee sul tavolo, quattro protagonisti che mi abitano. Chi da anni, chi da meno. E due di questi sono personaggi storici. Da oltre un anno ho iniziato a svolgere ricerche su una figura che è stata accanto a un grande artista per un periodo breve e intenso. È lei, questa volta un personaggio femminile, a chiamarmi più degli altri. Non è facile staccarmi dal Respiro degli angeli, ma spero di portare sempre con me le lezioni del nostro Antonio.

Le fragilità sono di tutti, il desiderio di migliorare credo che possa essere la chiave per accettarle.

Grazie ancora per questa interessantissima intervista, speriamo di riaverti virtualmente qui alla tua prossima pubblicazione!

Continuate a seguire la redazione di Arte e Intrattenimento e tutto Metropolitan Magazine, e restate in contatto con noi sui nostri canali Facebook ed Instagram!

Articolo a cura di Eleonora Chionni