Da anni Amberscent accompagna la composizione musicale ad una profonda ricerca che spazia tra Fisica, Filosofia, Psicoanalisi e Psicologia. La ricerca sulle più recenti scoperte della fisica, insieme a quella psicoanalitica, l’hanno portata ad un ambizioso scopo: tentare in tutti i modi possibili di unire il mondo delle emozioni, pensieri e sentimenti, a quello materico dei nostri corpi con la musica.
Amberscent si dedica principalmente alla colonna sonora di cortometraggi, alla videoarte e anche alle esecuzioni dal vivo di colonne sonore di film. Nel 2021 vince il premio per la migliore colonna sonora sperimentale di uno storico spot pubblicitario al concorso internazionale “SeeUsound”.
Amberscent, l’intervista

“The Wound” è il primo singolo del prossimo album di Amberscent e la perfetta introduzione al suo suono unico e accattivante. Metropolitan ha intervistato l’artista per voi:
MM: Come nasce The wound?
La prima versione di The Wound è nata da un’improvvisazione serale, cose che faccio spesso quando il caos del giorno si ferma e va a dormire.
È stato un brano perlopiù elettronico senza voce e senza nome per almeno un paio di mesi, poi l’ho ripreso dopo un blocco compositivo non indifferente, e ha un po’ deciso le sorti di tutto l’album.
Si può dire che è nato ufficialmente quando ho capito che il racconto della “ferita” poteva non riguardare solo me, ma anche molte altre persone: appena mi si sono alleggerite un po’ le spalle sono arrivati gli archi e un testo, e il resto si è unito praticamente da solo.
MM: La tua musica è espressione di emozioni, sensazioni e percorsi sensoriali, cosa rappresenta per te?
Una forma di “comprensione”. Di solito si dice che la musica è una forma di comunicazione, e sicuramente anche io la uso così. Ma più che per comunicare io la uso proprio per capire le cose. La scrivo, la suono e la canto, ma alla fine lo faccio per ascoltarla e capire cosa mi dice.
È interessante cosa succede quando ti metti nella condizione di accettare che la musica ti dirà sempre qualcosa di più di quello che immaginavi, anche quando è la tua.
MM: C’è un perchè sulla scelta dello stile musicale e qualche artista nel tuo percorso ti ha influenzata?
La scelta di unire la musica elettronica alla classica e il pop deriva in primis dal semplice fatto che non posso fare a meno di nessuna di queste tre componenti.
Questa necessità mi ha portato un po’ a chiedermi perché mi sono voluta complicare la vita, visto che non è proprio così semplice farle coesistere, e ho capito che per me questa è una combinazione sonora molto immersiva e profonda, quasi alienante, ma che riesce comunque ad esprimere delle cose che riconduciamo ai nostri vissuti ed esperienze di tutti i giorni.
Nils Frahm, Hania Rani e Olafur Arnalds sono un po’ il trittico che mi ha ispirato tutto questo.
MM: C’è stato un episodio particolare con il quale hai capito che si poteva aprire la tua strada nella musica?
Forse un episodio al secondo anno di liceo. Cantai un brano con la chitarra sul palco dell’aula magna in occasione di un evento che ora non ricordo. C’erano tante classi e il mio professore di matematica. Quando finii ci fu un frastuono di applausi e urla, e qualcuno era pure commosso.
L’evento durava più ore, tornai in classe e il mio professore ci annullò il compito di matematica per farmi tornare a suonare. Nei giorni dopo sentii nei corridoi canticchiare quella canzone.
Avevo già fatto concerti col conservatorio e cose simili, ma quando quelli del quinto anno ti salutano nel cortile della scuola sai che puoi conquistare qualsiasi altro pubblico del mondo.
MM: La musica elettronica e minimal in Italia come la vedi e come la vorresti vedere? (Tra esperienza, possibilità e spazi tra concerti-eventi ecc)
La vedo pullulare di idee meravigliose che troppo spesso si rassegnano alla “tendenza” per disperazione. Io stessa ci ho messo quattro anni a smettere di fare ciò che serve per suonare nei locali, ed iniziare a fare ciò che serve l’arte e basta. Di possibilità per il mio genere specifico non ce ne sono qui, siamo tutti orientati all’estero. Se ci sono, sono sporadiche o comunque molto settoriali, più strettamente elettroniche che sulla sperimentazione neoclassica.
È un peccato, e tutti (anche e sopratutto una fetta di pubblico) vorremmo vedere tanti cambiamenti, perché in Italia ci stiamo accontentando da troppi anni di una discografia che non solo sta appiattendo le proposte, ma anche lentamente spegnendo l’interesse generale.
Senza proposte (reali e con un minimo di budget) di concerti ed eventi accessibili anche a quell’underground di artisti emergenti, non c’è scambio, non c’è fuoco, e secondo me non c’è musica.
MM: Il tuo percorso presente e progetti futuri
In questi mesi stiamo lavorando sulle uscite di alcuni singoli estratti dall’album in uscita, che proporranno varie chiavi di lettura e vari aspetti di tutto il progetto.
Nel mio presente c’è una ricerca sonora costante, stiamo implementando la formazione live con strumenti ad arco. E come in quasi tutte le cose che faccio, sotto bolle anche una ricerca più “filosofica” (giro sempre con carta e penna).
Nel futuro succede quel che succede: tanti fogli scritti fanno un libro, un trio d’archi diventa un quartetto e se vuole un’orchestra.
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