Israele come “Super Sparta” secondo la promessa di Netanyahu: esaltazione della guerra permanente.

Benjamin Netanyahu non parla più solo di sicurezza. Alla conferenza economica di Tel Aviv ha scelto un lessico che rivela più di mille comunicati militari: Israele dovrà diventare una “Super Sparta” (parafrasando quanto scritto nell’Internazionale). Ovviamente, il paragone non è scelto a caso: Sparta è sempre stata vista come un simbolo di disciplina, guerra permanente, gerarchia sociale spietata. Inoltre, l’immaginario evocherebbe anche la riduzione in schiavitù di intere popolazioni, in un modello non di democrazia, ma di obbedienza cieca allo Stato.

Israele “Super Sparta” significa: abituatevi alla guerra

Netanyahu non è particolarmente interessato alla storia antica, ma vuole piuttosto scolpire un messaggio agli israeliani: la guerra non finirà presto. Non più un’eccezione tra due tregue, ma lo scenario di base. Due anni di conflitto ininterrotto lo confermano: Israele sta normalizzando la guerra infinita.

Dentro questa cornice, la perifrasi assume due significati. Anzitutto, un’economia di guerra. Dopo la rottura con alcuni fornitori europei, il premier ha rivendicato l’autosufficienza: “Siamo abbastanza bravi da produrre da soli le nostre armi”. L’autarchia come virtù, la chiusura come necessità. Infine, l’isolamento. Netanyahu prepara la popolazione a un futuro senza alleati solidi, attribuendo le critiche occidentali a “propaganda musulmana, qatarina e cinese”. Così trasforma il dissenso internazionale in minaccia esterna da brandire come collante nazionale.

Verso una fase di crescente autoritarismo

Per chi da anni protesta contro la sua deriva illiberale, il riferimento a Sparta suona come conferma dei peggiori incubi: una società militarizzata, senza contropoteri. Il premier promette di “tornare a Gaza, dove tutto è cominciato” mentre rifiuta qualsiasi pressione diplomatica, dal riconoscimento della Palestina da parte della Francia alle possibili sanzioni europee, dalla commissione ONU sul genocidio agli Stati arabi riuniti a Doha. È un lungo elenco di “no” che alimenta l’assedio permanente, interno ed esterno.

L’ex primo ministro Ehud Barak ha definito questa visione “follia”, una condanna a morte economica e politica per Israele. Ma Netanyahu sembra convinto che solo stringendo la morsa militare e autarchica si possa sopravvivere.

Maria Paola Pizzonia