C’è un momento preciso all’inizio di JOVAYORK – La musica dell’anima, in cui Lorenzo Cherubini confessa semplicemente di essere contento. Lo ripete più volte, con quella naturalezza che da sempre attraversa la sua musica. È il punto di partenza emotivo di un documentario che va ben oltre il racconto di un album: parla della passione costante di un artista per la musica e della gioia che prova nel farla in una città a cui è legato, insieme a persone che condividono lo stesso entusiasmo.
Il documentario, disponibile dal 12 Gennaio su Sky Uno e Sky Documentaries, nasce da sei giorni trascorsi a New York durante i quali Jovanotti ha creato il suo ultimo album NIUIORCHERUBINI (Brooklyn Studio). Ma ridurlo a un semplice backstage sarebbe un errore: il film è un flusso continuo di immagini, suoni e riflessioni che intrecciano città e creatività, musica e vita, passato e presente.
New York come laboratorio di creatività
New York non è uno sfondo: è una presenza viva che stimola e mette in discussione. È la città che ha formato Jovanotti, che lo ha messo in crisi e spinto a muoversi, insegnandogli a non restare mai uguale a sé stesso. L’idea di tornare qui nasce da un invito dell’amico Federico Nardelli: venire senza un obiettivo preciso, suonare con musicisti locali, seguire l’istinto creativo. Come dice lo stesso Cherubini: “Mi piace non avere un progetto in testa, ma mettermi a cercare quello che mi capita tra le mani e quando sento che qualcosa mi chiama, vibra, mi attrae seguirlo”. Camminando tra Harlem, Brooklyn ed Ellis Island, il cantautore si lascia attraversare dalla città come fosse uno stato mentale. La macchina da presa lo segue mentre vaga senza meta, ascolta, osserva, respira.

Lo studio a Brooklyn, dove la musica prende vita
Al centro del film c’è lo studio di registrazione a Brooklyn, dove la musica prende forma in presa diretta. Jovanotti lavora accanto a musicisti della scena locale, lasciando spazio alle jam session e accogliendo l’imprevisto. Tutto viene registrato su nastro analogico, senza correzioni né sovraincisioni: le canzoni nascono sul momento e vivono mentre vengono suonate. La musica non viene costruita, ma lasciata emergere con naturalezza. In questo approccio c’è una presa di posizione chiara rispetto al modo di intendere oggi la produzione musicale.Il cantautore rivendica il valore dell’imperfezione, del suono non addomesticato, dell’errore come normalità. In questo modo la musica diventa esperienza, non prodotto.

La musica come resistenza alla realtà odierna
Nel corso del documentario c’è una sequenza che invita inevitabilmente alla riflessione. Jovanotti è seduto su una panchina, davanti all’ONU. Lì emerge un filo di speranza: “Speriamo di non perderlo, l’ONU”. Ma subito arriva la dura constatazione: “Stiamo perdendo tutto, siamo ripiombati nella guerra che è la cosa più anacronistica che poteva succedere”. Di fronte a questa realtà, la musica diventa la sua unica risposta possibile, come atto di presenza. È un modo di restare nel flusso della vita, di continuare a sentire e reagire, di trasformare l’impotenza in energia. “La libertà è il valore laico più sacro che c’è”, aggiunge ancora Jovanotti. È una frase che risuona con forza ma che oggi non può non entrare in attrito con la realtà.

Un racconto libero e potente
Quello che emerge da questo documentario è che c’è qualcosa di profondamente libero in JOVAYORK, che va oltre l’idea di progetto o di promozione. Libero dai tempi dell’industria, libero dall’idea di dover dimostrare qualcosa, libero dalle convenzioni del racconto musicale. Jovanotti si mette a nudo davanti alla macchina da presa e si racconta con una sincerità disarmante. “Non sono un ballerino, ma ballo. Non sono un cantante, ma canto.” In questa semplice dichiarazione c’è tutta la potenza del documentario: l’arte intesa come pratica quotidiana, come gesto vitale, non come etichetta da indossare.
È un film che dura solo 53 minuti ma lascia una sensazione che va oltre la sua durata. È una dichiarazione d’amore per New York, certo, ma soprattutto per la musica come linguaggio universale, come spazio di incontro, come possibilità di futuro.
Maria Corrada Verardi





