Nei giorni scorsi si è ampiamente dibattuto sulla necessità che la cultura sia a pagamento. Il pubblico si è acceso dopo aver sentito le parole di Vincenzo Schettini, il docente che sostiene che «la buona cultura» deve essere messa in vendita. Tuttavia, da questo dibattito è importante estrapolare due elementi utili alla riflessione: può effettivamente essere gratuita ed è giusto trattarla come un «prodotto»?
La «buona cultura» come prodotto in vendita: è corretto?
Il primo passo da fare quando viene trattato un argomento così ampio è differenziare cosa è possibile e cosa, invece, dovrebbe esserlo. Il solo affermare che la cultura deve essere a pagamento può risultare fuorviante, specie se teniamo conto di tutti gli elementi che possono comporla: dalla musica, al teatro, ai corsi, così come ai libri. Non esiste alcun binario tracciato e obbligatorio come avviene ad esempio per l’istruzione scolastica. La cultura è un viaggio libero e indipendente, ricco di sfumature e impossibile da quantificare. Questo, in fondo, è l’aspetto che rende davvero complesso l’intero dibattito. Quindi, anche volendo intendere la cultura come prodotto in vendita poiché creato da artisti o esperti, si rischia di arrivare al punto in cui potrebbe essere intesa solo come un bene in commercio destinato a pochi.
La cultura, come suggerisce il nome stesso da cui deriva, è un interesse che va coltivato nel tempo. Non vi è durata, solo la consapevolezza di un’intera vita a disposizione per poterla accrescere. Oltretutto, così come l’istruzione, anche la cultura ha un ruolo indispensabile per lo sviluppo del singolo individuo. Se una costruisce le fondamenta, l’altra erge l’intero edificio. Per questa ragione, vista la sua importanza, sarebbe opportuno distinguere la formazione intellettuale tra costruzione strutturale necessaria e accrescimento della stessa. In questo modo, rendendo parte della cultura accessibile (o facilmente accessibile) a tutti, verrebbe abbattuta la barriera tra chi ha grandi disponibilità economiche e chi no. La cultura, a quel punto, tornerebbe a essere un diritto e non un privilegio.
Anche in questo caso non esiste una risposta semplice a un quesito complesso
Indubbiamente non è semplice saper distinguere cosa è costruzione necessaria e cosa, invece, accrescimento. Eppure, è un quesito che non solo bisogna porsi, ma che merita la massima attenzione. Fin quando tutto ciò che concerne la cultura in senso ampio viene categorizzato nei prodotti in vendita, la stessa rimarrà limitata. Sarebbe opportuno, almeno in prima istanza, riconoscere gli elementi che uniti all’istruzione obbligatoria possono rendere una persona più consapevole. Poi, gradualmente, integrarli in ciò che si mostra indispensabile. Tutto ciò che accresce, invece, consci che non possa essere fornito gratuitamente, deve poter essere più accessibile. La «cultura» alla fine dei conti non è quella che si vende meglio, ma quella che riesce a raggiungere più persone possibile, trasformandole.
Stefania Cirillo





