Il ritorno a Ravenna di Claudio Casadio, con La classe di Vincenzo Manna. In scena anche Brenno Placido, figlio di Michele, nei panni del capobranco Nicholas

Una classe di sei ragazzi costretti a frequentare un corso pomeridiano per recuperare crediti, in una scuola della periferia. La città potrebbe essere la francese Calais, vicina al campo profughi. E’ La classe di Vincenzo Manna, diretto da Giuseppe Marini, in scena dal 6 al 9 febbraio al teatro Alighieri di Ravenna.

Disagio giovanile, problematiche legate all’immigrazione e alla marginalità sociale, la paura del diverso a due passi da casa, in questo caso il campo profughi che, per la sua presunta ferocia, viene chiamato Zoo.

LA CLASSE, UNA SCENA. DA SX: ANDREA PAOLOTTI, CLAUDIO CASADIO E BRENNO PLACIDO (C) FEDERICO RIVA
LA CLASSE, UNA SCENA. DA SX: ANDREA PAOLOTTI, CLAUDIO CASADIO E BRENNO PLACIDO (C) FEDERICO RIVA

Ad aprire la scena, in un’aula deserta, il preside, con un preambolo sui limiti delle galline che, dice “hanno le ali troppo piccole per volare, ma zampe così forti da poter arrivare sulla Luna”, riferendosi con questa amara similitudine ai ragazzi in questione.

Poi arriva un insegnante, Albert, anche lui immigrato, ma di terza generazione. Anche lui abita ancora nelle periferie, vicino al fiume che confina con lo Zoo. Non è ancora piegato al cinismo del suo superiore, che gli dice di non aspettarsi niente da questi ragazzi che sono vuoti a perdere. Di non dare problemi e di non dare modo a loro di crearne. I crediti sono stati tolti per motivi disciplinari.

Sono micce pronte ad esplodere. ll preside gli raccomanda di far firmare il registro prima di uscire. Bisogna solo avere la pazienza di far prendere loro il diploma e poi ognuno per la sua strada. La scuola avrà fatto il suo dovere.

Sono sei. Gestirli, per lui, non è facile e fin dall’inizio vede a proprie spese fin dove si spinge la loro mancanza di autocontrollo e di disciplina, l’aggressività mista a pigrizia. L’inizio non promette niente di buono. Viene minacciato e insultato dai ragazzi, ignorato dalle ragazze.

LA CLASSE, UNA SCENA (C) FEDERICO RIVA
LA CLASSE, UNA SCENA (C) FEDERICO RIVA

Poi, dopo pochi giorni, in un gioco al massacro che decide di iniziare lui stesso, fingendo di dover recitare un epitaffio a un immaginario funerale di ciascun studente, li analizza uno per uno, schiacciandoli dall’alto della sua lente di ingrandimento di adulto, rivelando ad alta voce le loro fragilità e piccinerie.

I ragazzi si sentono punti sul vivo, iniziano a detestarlo. Lui allora si scusa e decide di eseguire su se stesso quella antipatica operazione chirurgica che è l’autocritica.

Ammette le sue rabbie, i suoi fallimenti, le scelte sbagliate. Come quel gioco crudele su ragazzi emotivamente troppo immaturi per sostenere i suoi giudizi.

Da lì però qualcosa scatta, fa breccia. Accolgono la proposta di partecipare a un bando europeo sui giovani e l’Olocausto. Le foto crude dei reclusi nello Zoo, finite nelle mani di Talib in modo fortuito, diventano il materiale del loro riscatto.

LA CLASSE, LA LOCANDINA - FOTO DAL WEB
LA CLASSE, LA LOCANDINA – FOTO DAL WEB

Ogni foto un numero, ogni numero una storia. I documenti, una volta riordinati e catalogati, diventano una denuncia dei tanti, troppi campi di sterminio dei nostri tempi, che spesso si finge di non vedere.

Finale a sorpresa con l’insegnante ricoverato in ospedale e una delle ragazze che tenta il suicidio, ma alla fine, il premio, questa classe lo vince.

Tante le suggestioni mutuate da film come Entre les murs di Laurent Cantet, L’onda di Dennis Gansel, rivisitate in chiave teatrale. Musica martellante e scenografia dalle tonalità fredde che riflettono il clima di tensione che si respira fin dall’inizio.

Bravo Brenno Placido, figlio di Michele, nei panni del fegatoso capobranco Nicholas.

Anna Cavallo