Lo spazio elisabettiano, a misura d’uomo del teatro di villa Torlonia, sembra nato per produzioni shakespeariane che fanno della vicinanza col pubblico e della resa dello scintillante testo del Bardo i loro punti di forza. La Lezione di Falstaff, in scena al Torlonia dal 18 al 30 novembre, è una parabola politica che si rivolge, ammantata dalle meravigliose (anche nella volgarità) parole shakespeariane, direttamente alle nuove generazioni, quelle che con la politica (e col teatro) non vogliono avere nulla a che fare. Alla generazione dell’attivismo performativo e della disillusione politica si rivolge presentando un eroe credibile come l’irrequieto principe Hal e un mentore cinico, crapulone, assolutamente carismatico: sir John Falstaff. La produzione del Teatro di Roma – Teatro Nazionale, è nata nell’ambito del corso di perfezionamento di attrici e attori del Teatro di Roma e del Dottorato di ricerca in regia dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico.

L’educazione di un principe

Ph: teatrodiroma.net

Ad usum delphini. Così venivano vergati i frontespizi dei testi adattati e semplificati per il primogenito del re Luigi XIV di Francia. Riduzioni edulcorate e manipolate per estromettere tutto ciò che non si riteneva conforme all‘educazione di un principe, o alle sue capacità di apprendimento. Al contrario, la lezione che cerca il principe d’Inghilterra è di quelle che abbracciano il mondo intero. Ma come un piccolo Buddha, anche lui deve fuggire dal palazzo regale. Per legittimarsi vuole capire cos’è il potere, e per capire cos’è il potere va vicino a quegli uomini che il potere lo subiscono e contestano.

Mentre il regno è sconvolto dalla guerra civile, il giovane Hal, primogenito del re, ha abbandonato la corte reale. Ora passa il suo tempo nelle taverne con i compagni di bevute. Ciò lo rende oggetto di disprezzo per i nobili e mette in discussione la sua dignità reale. Amico di Hal è Sir John Falstaff, un vecchio cavaliere grasso, alcolizzato e corrotto dotato però di un carisma, una contro-morale e una gioia di vivere che affascinano il principe. Pur avendolo in simpatia, non intende essere come lui e si diverte a prenderlo in giro. In un’occasione, con la complicità di Poins, si traveste per terrorizzare il vecchio e tre suoi amici. Sottrae loro il bottino che si sono appena procurati rapinando alcuni uomini. Poi si diverte ad ascoltare il resoconto esagerato di Falstaff (maestro di panzane, iperboli e mezze verità) prima di restituire il denaro rubato.

All’inizio dell‘Enrico IV, Hal informa il pubblico che questa sua fase “irrequieta” giungerà presto al termine. Egli riprenderà il suo legittimo posto dimostrandosi degno di suo padre e della corona attraverso qualche nobile impresa. E terrà a mente questo proposito, e tutto il suo percorso con Falstaff, quando nell’Enrico V ribadirà, con una splendida metafora vegetale:

La fragola profumata fiorisce sotto l’ortica; ed è vicino ai frutti selvatici, che le piante salutari s’innalzano e maturano di più…

Le cattive compagnie sono state il successo di Hal, non la sua rovina. Falstaff è ben più di un dissoluto perdigiorno: è un epicureo gaudente, un san Francesco a rovescio, che bestemmia tutte le creature, un Socrate comico, come lo definì Harold Bloom.

Hal cerca di riscattare l’illegittima ascesa al trono del padre calandosi nei bassifondi, per osservare il regno dal basso. Il giovane sceglie come suo mentore un ciarlatano sopraffino, un geniale fuorilegge, più disincantato di Diogene il cane. Falstaff lo guiderà in un vero e proprio percorso iniziatico alla ricerca di una terza via tra l’uccisione del padre e il rifiuto di crescere. Il rapporto tra i due ha davvero del miracoloso. Come un processo alchemico, trasmuta i metalli vili nell’animo del principe (codardia, irresolutezza, disinteresse) nell’oro della regalità.

La lezione di Falstaff al teatro Torlonia

Seguendo il percorso del giovane Hal, questa libera riscrittura del dramma storico a cura di Matilde D’Accardi indaga la crisi dell’identità politica delle nuove generazioni (millenials e gen X) in rapporto con la resilienza delle precedenti, su cui si iniziano a innestare delle crepe. La regia di Tommaso Capodanno interviene chirurgicamente in alcuni punti del testo, per irrompere nella contemporaneità. Ecco che i discorsi del re e del capo dei ribelli Hotspur diventano debate all’americana. E come in un gangster movie, durante la rapina i furfanti si coprono la faccia con le maschere dei principali leader politici del pianeta…

Anche la scelta di un Falstaff al femminile sembra strizzare l’occhio alla contemporaneità. Sir John pone spesso l’enfasi sul contrasto tra gli uomini della luna (rissosi, briganti, ladri, di cui lui è a capo), e il re con tutta la sua corte, operanti durante il giorno. In questo contrasto l’anima di Hal è contesa tra la morigeratezza del padre e la dissolutezza di Falstaff. Ma la luna è Diana, il femminile selvaggio e indomito. Gli uomini che le giurano fedeltà si oppongono alla civiltà patriarcale instaurata con lo spargimento del sangue dei padri corrotti da parte dei figli. Falstaff, in questa resa, si trasforma quasi in una Pizia, una sacerdotessa sotterranea che, a lume di candela, svela le ipocrisie e la violenza della religione solare venerata dai maschi a suon di guerre e colpi di stato.

Lorenzo La Rovere