Occhio di fuoco, il nuovo romanzo di Luisa Mattia per Lapis Edizioni, traduce nel linguaggio della narrativa per adolescenti il potere criminale e l’omertà mantenendo la complessità di tali questioni. L’autrice sposta il focus dal meccanismo criminale alle persone; la criminalità organizzata resta sullo sfondo come presenza concreta e soffocante, ma il centro della narrazione è occupato dalle conseguenze morali delle azioni perpetuate.

Occhio di fuoco di Luisa Mattia: tre adolescenti e una sola domanda

Occhio di fuoco
Copertina – Lapis Edizioni

Il nuovo libro di Luisa Mattia, Occhio di fuoco edito Lapis Edizioni, è netto già dall’incipit: un agguato in pieno giorno lascia a terra due corpi. Il bersaglio doveva essere un giovane boss ma a perdere la vita è anche Claudia, insegnante impegnata con ragazzi cresciuti ai margini, vittima innocente di una guerra che non le appartiene. Da quel momento la storia si apre come un prisma, seguendo tre traiettorie destinate a incrociarsi.

C’è Nuccia, la figlia sedicenne di Claudia, che scopre come il lutto possa alterare perfino il significato delle parole; giustizia e vendetta smettono di essere categorie distinte e diventano emozioni che si confondono e, talvolta, si intersecano. Luca invece ha diciassette anni, cresciuto dentro un clan, ed è convinto che sparare significhi finalmente conquistare un posto nel mondo. Infine Valeria, fotografa presente casualmente sulla scena che nelle immagini scattate durante la sparatoria scopre un dettaglio capace di ribaltare una verità già archiviata.

Più che un romanzo sul potere criminale, Occhio di fuoco è quasi un romanzo sulle scelte da compiere e affrontare. Ogni personaggio dialoga con sé stesso ed è tacitamente chiamato a decidere da che parte stare quando il dolore e la paura sembrano rendere impossibile ogni altra strada.

Una fotografia come testimonianza

Sarà Valeria a offrire una delle chiavi di lettura più interessanti di tutto il romanzo. Una semplice fotografia si tramuta, trasformandosi non solamente in mero strumento narrativo ma divenendo metafora della responsabilità civile. Il personaggio di Valeria è caleidoscopico: vede ciò che altri non vedono. Tuttavia, il vero conflitto nascerà solo in seguito quando dovrà decidere se trasformare quello sguardo in una testimonianza reale.

In questo senso, risulta quasi difficile non pensare alla riflessione di Susan Sontag sul rapporto tra immagini e responsabilità. Le fotografie possono documentare il dolore, certamente, ma non garantiscono automaticamente una presa di coscienza in quanto occorre qualcuno disposto a farsene carico, concretamente. Nel romanzo di Luisa Mattia lo ‘scatto’ non è un semplice gesto ornamentale ma si fa atto etico prima ancora che investigativo. Occhio di fuoco suggerisce una domanda profondamente contemporanea: che cosa significa davvero essere testimoni?

Da Leonardo Sciascia al romanzo di formazione

In Occhio di fuoco il dialogo con la tradizione letteraria è evidente ma non è mai esibito con forzature. Se Sciascia interrogava il rapporto tra verità e potere e Andrea Camilleri raccontava una Sicilia dove il crimine si intreccia con la quotidianità, Luisa Mattia sceglie di osservare la criminalità dal punto di vista dell’adolescenza, cioè dal momento in cui l’identità è ancora in costruzione spostando il focus sul viluppo psicologico e il consequenziale morale.

Attraverso questa struttura, Occhi di fuoco richiama anche la grande tradizione del romanzo di formazione come, per esempio, accade ne Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino: la Storia irrompe nella vita dei più giovani costringendoli a diventare adulti prima del tempo. Non sono gli eventi a renderli protagonisti, ma il modo in cui scelgono di attraversarli.

In questa accezione il personaggio di Luca si profila come figura narrativa complessa; non viene assolto né demonizzato in quanto è il prodotto di un sistema che educa alla violenza come forma di appartenenza. Comprendere questo meccanismo significa cogliere una delle intuizioni più profonde del libro: il potere criminale non conquista soltanto territori ma l’immaginario intero.

Occhio di fuoco, quando la narrativa civile rifiuta gli slogan

Uno dei meriti maggiori del romanzo Occhio di fuoco è aver evitato qualsiasi tono didascalico. La legalità non è proposta come una formula astratta, allegorica o ornamentale ma come una pratica quotidiana fatta di dubbi, responsabilità e scelte difficili. Negli ultimi anni la narrativa per ragazzi ha dimostrato di poter affrontare temi civili complessi senza trasformarsi in letteratura edificante e Luisa Mattia si inserisce con autorevolezza in questo filone, affidando ai giovani lettori una storia che non offre risposte facili ma invita a interrogarsi sul significato della giustizia e della responsabilità personale. Anche la scelta di costruire il romanzo attraverso più punti di vista assume un valore simbolico: la verità emerge dall’incrocio delle prospettive, non da una voce unica. Il contrario, quindi, della logica criminale che prospera proprio imponendo il silenzio e una narrazione senza alternative.

L’importanza di educare allo sguardo

Il titolo del romanzo racchiude, poi, il cuore dell’intera opera. Simbolicamente, è l’occhio della macchina fotografica che registra ciò che qualcuno vorrebbe cancellare ma è anche lo sguardo acceso dalla rabbia e dal dolore. Più che denunciare il potere criminale, Luisa Mattia sceglie di raccontare il momento in cui ciascuno decide se diventare spettatore o testimone: differenza sottile ma decisiva. È questo il lascito più prezioso del romanzo: ricordare che la legalità nasce anche da uno sguardo capace di non abbassarsi davanti alla violenza e di una coscienza che sceglie, ogni volta, di rompere il silenzio.

L’intera opera suggerisce come la giustizia non sia mai un punto d’arrivo già scritto ma una pratica instabile, spesso imperfetta, che si costruisce nel tempo attraverso gesti minimi: una scelta, un rifiuto, e altre azioni che possono sembrare poco importanti, a uno sguardo distratto. E forse è proprio qui che la narrativa civile trova ancora la sua necessità più urgente; non nel dire cosa è giusto ma nel continuare a mostrare quanto possa costare vederlo davvero.