La Russia sembra concedere il nulla osta alle mire espansionistiche di Trump a nord. Per oltre 75 anni, il sogno più caro alla strategia russa è stato quello di dividere l’Europa occidentale dagli Stati Uniti e rompere l’alleanza Nato. Questa è ora una possibilità, mentre il presidente Trump porta avanti la sua campagna per conquistare la Groenlandia, indipendentemente da ciò che pensano gli abitanti locali o la Danimarca, sua proprietaria.

«La Groenlandia – ha argomentato Lavrov – non è una parte naturale della Danimarca, ma una conquista coloniale. Solo verso la metà del secolo scorso è stato firmato un accordo per farla diventare parte della Danimarca, non come colonia». E se il capo della diplomazia russa smentisce le tesi secondo le quali la Russia e la Cina vorrebbero impossessarsi dell’isola, individua nell’affare Groenlandia la dimostrazione della crisi interna alla Nato. «Le tendenze di crisi si stanno sviluppando all’interno della stessa società occidentale. La Groenlandia ne è un chiaro esempio, sulla bocca di tutti, e attorno alla quale si stanno sviluppando discussioni che prima sarebbero state difficili da immaginare, tra cui la prospettiva di una continua esistenza della Nato come blocco politico-militare occidentale unificato».

Il Cremlino sembra determinato a trarre tutto il vantaggio possibile da questa congiuntura storica, anche per quanto riguarda la guerra in Ucraina e il Medio Oriente, dove l’invito a Putin a entrare nel Consiglio della Pace rimette la Russia in gioco in una regione dalla quale rischiava seriamente di essere lasciata fuori. La proposta di far parte del “Board” (per Gaza, ma non solo) è stata definita da Lavrov come un’iniziativa che «riflette la comprensione degli Stati Uniti della necessità di riunire un gruppo di Paesi per la cooperazione». Un tentativo «lodevole» che tiene conto degli «interessi dei singoli Paesi» e dal quale si evince soprattutto che il dossier Ucraina non è al centro dei pensieri del tycoon, tanto che Lavrov ha potuto ribadire che le garanzie di sicurezza offerte dall’Europa all’Ucraina mirano in realtà a «preservare il regime nazista a Kiev», certo che a Washington l’argomento interessa poco o niente.

Perché Trump vuole la Groenlandia?

Oltre a petrolio e gas, l’isola «contiene» fra il 20 e il 30% di tutte le terre rare del mondo. Ed è proprio in questo settore che va ricercata buona parte della volontà americana di mettere le mani fisicamente o sotto forma di zona di influenza su quel territorio. «Il grande dramma americano risiede proprio nello svantaggio rispetto alla Cina nell’approvvigionamento di terre rare», sottolinea Mian (giornalista del The Arctic Times Project e The River Journal Project) . Non solo: Washington, che pure possiede alcuni giacimenti di terre rare (ce ne sono in Texas e in Wyoming) ha un ulteriore problema. La lavorazione di questi materiali fondamentali per le nuove tecnologie. «L’industria di raffinazione delle terre rare è altamente inquinante».