Le maschere hanno condizionato l’uomo sin dalla notte dei tempi.
In questi giorni confusi, tra i festeggiamenti del recente Carnevale 2020 e l’attuale problema epidemiologico che ha indotto, per via precauzionale, all’uso di divise, mascherine e indumenti talvolta originali e a dir poco comici, non è inconsueto parlare del concetto di maschera, un argomento che ha in realtà radici molto profonde.
In effetti la maschera era già in uso nell’ambiente greco-romano, dove fungeva da strumento catartico, mediatore tra la dimensione sacra e quella profana, e nel contesto della tragedia e della commedia aveva anche una funzione tecnica, quella di amplificare tono e espressione dell’attore/corista.
Le ragioni che inducono oggi a indossare un travestimento sono le stesse del passato: la ricerca di una connessione con il nostro lato interiore e primordiale, il tentativo di dare sfogo ad alcune delle nostre personalità o di esibirne una del tutto fittizia accentuandone il carattere.
Anche nell’ambiente musicale si è fatto largo uso di questo strumento, ecco qualche esempio:
Buckethead

Un’aura di mistero circonda questo artista a dir poco singolare, il suo passato è confuso e pregno di leggende surreali, ma sulle sue doti musicali non ci sono dubbi!
Brian Patrick Carroll (13 Maggio 1969), in arte “Buckethead” , è un musicista polistrumentista e un chitarrista virtuoso e innovativo. La sua carriera musicale è investita da una valanga di lavori, oltre 400 album in studio e diversi EP tra produzioni soliste e collaborazioni illustri (Guns ‘n Roses, Iggy Pop, perfino colonne sonore di film e videogiochi, uno fra tanti Mortal Kombat).
Genio eclettico, Carroll spazia dal rock al blues e dal fusion all’heavy metal, fedelmente accompagnato dalla sua Gibson Buckethead Signature Les Paul bianca.
Oltre l’impressionante capacità tecnica, ciò che sconvolge di questo super-shredder è proprio l’immagine con la quale si propone a ogni concerto: una maschera Kabuki sovrastata da un secchio della Kentucky Fried Chicken con annessa la scritta “Funeral” e una tuta da meccanico. Il suo costume si ispira chiaramente all’iconico killer Michael Mayers, protagonista fittizio della saga “Halloween“. Nelle sue performance si distingue inoltre per l’uso di oggetti inusuali, come i nunchaku, e di movenze robotiche.
Il suo rapporto con la maschera è quasi simbiotico e raramente ne fa a meno: Carroll è Buckethead e viceversa. E’ in questa fusione fatale che si evince la sua essenza, e noi lo amiamo per questo!
Immortal

Gli Immortal li erigiamo a emblema di tutta quella scia di musicisti black metal che si servono fino a oggi del “corpse paint“, in italiano “trucco cadaverico“, per accentuare la loro immagine demoniaca a favore di un impatto più deciso per la loro musica.
In effetti questa sorta di maschera che ha origini profonde, sembra discendere infatti dalla mitologia norrena, è stata utilizzata da un ingente numero di artisti, dallo shock rocker Alice Cooper, ai Misfits e i Kiss nei ’70, fino ai Mercyful Fate e i Mayhem negli ‘80 e così via, la lista è infinita.
La band norvegese, fondata nel 1990 su iniziativa dei leader Abbath e Demonaz insieme al batterista Horgh, ha fatto indubbiamente la storia del genere, con il suo stile oscuro e estremo ma tecnicamente e espressivamente ineccepibile, condito di scream e di blast beat letteralmente da brivido. La loro musica aggressiva-progressiva è una bomba a orologeria pronta a far emergere il demone che è in ognuno di noi.
Slipknot

Provenienti dall’Iowa, gli Slipknot sono tra i maggiori esponenti del nu-metal, anche se la loro musica non si pone limiti di genere e sfiora sonorità funk-rock e tendenze groove con un pizzico di elettronico/industrial. Le loro maschere abbinate alle tute arancioni li hanno resi immortali al punto che anche chi non ne apprezza il genere li riconosce all’istante.
Il messaggio è una chiara critica al mondo dell’industria musicale che spesso e volentieri seleziona gli artisti in base all’aspetto più che alle capacità, nella ricerca di un prodotto confacente con le richieste del mercato. Da ciò deriva il loro identificarsi attraverso numeri più che con i loro nomi propri. Il cantante della band, Corey Taylor, aggiunge in un’intervista:- «La maschera, per me, è sempre stata la rappresentazione fisica della persona dentro di me che non ha mai avuto una voce. Mi permette di essere me stesso. E’ di questo che parliamo. Della rappresentazione della persona che abbiamo dentro. Mostro più di quanto abbia mai rivelato.»
Ninos Du Brazil

Il duo veneto, composto da Nicolò Fortuni e Nico Vascellari, si insidia a partire dal 2010 nel contesto indie/electro/punk italiano.
Il loro stile, estremamente peculiare e dinamico, è basato sulla commistione di ritmiche minimal, noise, electro e techno primordiale. Ma il carattere preponderante è quello percussionistico della batucada, fatto di congas, claves, batteria, cori, maracas, fischietti, jambé, piatti e synth acidi, oltre a un repertorio di “suoni di strada” ricavati dagli oggetti più impensabili, esemplare il pezzo “O Som De Ossos“, il primo dell’album “Vida Eterna” uscito nel 2017.
Le loro maschere sono un divertente strumento ausiliario, che insieme al flusso vorticoso della musica, accompagnano i partecipanti verso un confortevole abbandono all’interno di una dimensione primitiva e istintuale, se non addirittura viscerale/sessuale.
Tre Allegri Ragazzi Morti

I Tre Allegri Ragazzi Morti si formano a Pordenone nel ’94, e già nel 2000 creano una propria etichetta “La Tempesta” con la quale pubblicano lavori propri e di altre band della scena musicale italiana.
La loro musica coniuga sonorità afro-beat, ritmiche reggae e dub, fino al folk e al blues. Un fondale di suoni sempre differente connotato da un senso di nostalgia per le vibrazioni psichedeliche anni ’80 e accomunato da testi che appaiono come un miscuglio di citazioni poetiche sconnesse, rivisitate in chiave cantautorale, che spaziano tra argomenti di un esistenzialismo ostentatamente adolescenziale e tematiche più concrete, emblematico il rimando al tema ambientalista dell’album “Primitivi del Futuro“. Le loro maschere, coerenti col nome del progetto, sono un chiaro rimando al mondo ultraterreno.
Boris Brejcha
Il disc jokey e produttore discografico Boris Brejcha esordisce nel 2006 nella scena musicale berlinese con i due primi singoli: “Yellow Kitchen” e “Monster“, pubblicati dall’etichetta Autist Records. Solo dopo 4 album fonda una propria etichetta, la Fckng Serious, totalizzando finora 5 album in studio, 1 raccolta e una consistente serie di singoli e remix. Il suo genere preponderante è l’high-tech minimal, gestito con opportuno criterio ritmico e una forte empatia. I suoi live sono estremamente coinvolgenti.
Inizia a utilizzare una maschera da giullare per distinguersi dagli altri colleghi dj che col tempo diventerà elemento essenziale delle sue performance.
Dengue Dengue Dengue

La crew è recente, nasce nel 2010 con Felipe Salmon e Rafael Pereira, due lungimiranti dj e graphic designers. Il loro lavoro si sviluppa attorno l’originale sintesi tra musica elettronica, tribal, salsa e cumbia cult, con vibrazioni ancestrali, psichedeliche e trippy, che li trasporta dalla città di Lima (Perù) fino al resto del mondo. Intraprendono diversi tour, i più recenti in America Latina, Stati Uniti e Europa (per la terza volta). Le loro maschere sciamaniche altro non sono che uno strumento di annullamento temporale, capaci di creare uno stile underground partendo da suoni istintivi e primordiali.
Yobags and the Kobra Killer

Gli Yobags and the Kobra Killer si esibiscono costantemente in maschera, ostentano un carattere disinibito e impulsivo, senza preconfezionamenti. L’idea è estrosa, a tratti anarcoide, e per questo ha affascinato il pubblico locale al punto da generare un vero e proprio seguito.
Il progetto nasce a Torino circa dieci anni fa da un’idea dell’eclettico leader Yobags.
Noi di Metropolitan lo abbiamo intervistato ed ecco cosa ci racconta:- «Il gruppo ha origine in primis come forma d’arte. Le toppe, le giacche dipinte, i quadri, sono tutti autoprodotti dalla band. Tra murales, giocoleria e spettacoli in maschera, nasce in un secondo momento la necessità di documentare il progetto mediante video e musica anch’essi autoprodotti.»
Gli domandiamo:- «Perché la maschera? E’ un lato della personalità dell’artista che viene messo in risalto, o un personaggio a parte, sconnesso dalla persona, ovvero una mera recitazione? E come si pone in relazione al quotidiano? C’è un rapporto costante o semplicemente sporadico al momento dello show?»
Ci risponde:- «Tutti hanno una maschera nella vita, anche chi apparentemente non ne indossa una. Sul palco abbiamo adottato questa formula per essere più convincenti, infatti il nostro show è teatro puro.
La maschera è un riassunto di ciò che siamo e di ciò che avremmo voluto essere. Ogni personaggio è l’estensione della persona.
Ogni azione che viene compiuta dai Kobra Killer, anche nella vita quotidiana, dev’essere una sorta di esperienza da riportare sul palco.
La filosofia del progetto ha un nome, il «Kobrismo», un nuovo modo di fare e vedere le cose. Il messaggio è RIBELLIONE, FOLLIA, SIMPATIA, sulla base di un credo comune, ovvero che non sempre occorre crescere, ma qualche volta è meglio la devoluzione dell’evoluzione.»
Quindi lo show dei Korbra Killer non è semplicemente un concerto ma un vero e proprio spettacolo teatrale che non si ferma sul palcoscenico. E’ una produzione che si impone con uno sguardo a 360° e che ci convince del fatto che non occorrono scuse, festività, eventi specifici per indossare delle maschere, ma che ognuno di noi può esibire la sua personalità più autentica tutti i giorni lontano dai comuni canoni estetici.
Alberta Iemolo





