La poetica di Vittorio Sereni si concentra sulla costante ricerca del reale. La parola, per Sereni, è strumento per indagare la realtà ma, anche, opportunità di consolazione. Il fluire del tempo è ciò che maggiormente il poeta di Luino percepisce: non uno scorrere individuale, ma un susseguirsi avventato della vita che avanza sul presente del singolo ma, soprattutto, sul mondo intero.

Vittorio Sereni, la memoria come strumento per opporsi al divenire

Vittorio Sereni  - Credits: avvenire.it
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La poesia di Vittorio Sereni nasce sulle sponde delle onde immobili del lago di Luino. Da quel contesto sarà fortemente influenzata soprattutto nella prima raccolta del 1941, Frontiera, dove l’ambiente lacustre dell’infanzia si scontra con gli eventi della vita del poeta; la perdita della giovinezza e il passaggio all’età adulta che Vittorio, attraverso i suoi versi, riporta come un momento di tensione: un passaggio obbligato che il ciclo di vita mette di fronte a ogni essere umano. La chiusura di un’epoca che il poeta percepisce e riversa nella silloge Frontiera è quell’elemento fondamentale che attraverserà tutta la poetica di Sereni: il tempo.

La ciclicità stagionale che avanza, il tempora labuntur citato da Ovidio che nessuno può arrestare e ingloba tutto nel suo nulla; l’angoscia rispetto al tempo inesorabile che trotta verso il divenire e sfiora ogni essere umano lasciandone segno. L’unico antidoto per sfuggire allo scorrere dei giorni è preservare la memoria storica e privata. Questa tematica sarà, in seguito, ripresa dettagliatamente nella raccolta Gli strumenti umani dove Vittorio Sereni non solo delinea le sue sensazioni ma riflette soprattutto sui grandi cambiamenti in atto nel Paese.

Frontiera, la poesia diaristica e il sofferto passaggio fra giovinezza ed età adulta

La prima raccolta, Frontiera, si apre con la poesia Inverno:

Ma se ti volgi e guardi
nubi nel grigio
esprimono le fonti dietro te,
le montagne nel ghiaccio s’inazzurrano.
Opaca un’onda mormorò
chiamandoti: ma ferma – ora
nel ghiaccio s’increspò
poi che ti volgi
e guardi
la svelata bellezza dell’inverno.

Armoniosi aspetti sorgono
in fissità, nel gelo: ed hai
un gesto vago
come di fronte a chi ti sorridesse
di sotto un lago di calma,
mentre ulula il tuo battello lontano
laggiù, dove s’addensano le nebbie.

Nella prima raccolta del poeta non si può non scorgere l’intrinseco legame fra la poetica della parola e la poetica dell’immagine che confluiscono in una sola direzione. Sereni, che pur si ispira nella sua esperienza letteraria al modello di Montale, utilizza il titolo della raccolta come sostantivo profetico;  la frontiera diviene condizione esistenziale del soggetto.

Frontiera evoca un limite, una distanza, riflettendosi nella sofferenza del passaggio dell’età dorata della giovinezza a quella adulta: «io non so, giovinezza, sopportare / il tuo sguardo d’addio» dirà il poeta in un altro componimento. Resta cosciente e palpabile, oltre la ciclicità, la tematica che lega Sereni alla coscienza realistica; per il poeta ogni essere umano deve percorrere il proprio cammino all’interno della Storia nonostante questo, spesso, significhi soffrire.

Successivamente, con Diario D’Algeria (1947) quel limite dominante in Frontiera sembra quasi sgretolarsi. Adesso è l’esperienza l’oggetto poetico: è la sofferenza di un uomo che vive la guerra prigioniero in Algeria, raccontando il dolore di non aver potuto partecipare alla Resistenza. Ma è con Gli strumenti umani (1965) che Sereni raggiunge la piena maturità della sua esperienza letteraria, ponendosi come voce attuale e cristallina.

Vittorio Sereni, la storia e la precarietà del reale: interazione con il mondo

La raccolta Gli strumenti umani si apre con questo verso:

«Con non altri che te / è il colloquio».

Vittorio Sereni in questa silloge si prepone di registrare le problematiche del reale contemporaneo attraverso due aspetti: il lato personale dell’autore che illustra tramite versi i sogni della sua giovinezza, i luoghi della sua vita, donandosi al lettore nella sua intimità. Dall’altro lato Sereni si rivolge al versante  storico, alla realtà della dimensione temporale, alla contemporaneità: il susseguirsi del tempo ha inglobato e lasciato la sua impronta su qualsiasi cosa, ”sporcando” le vie care dell’infanzia del poeta, i ricordi, ma anche i paesaggi. Tutto è stato triturato e fagocitato dal capitalismo e dal consumismo.

Gli strumenti umani è una raccolta che nasce in un periodo in cui l‘Italia sta subendo una svolta economica importante; tuttavia la poetica di Vittorio Sereni non si discosta dal voler narrare l’esperienza dell’umano e la silloge, in questo contesto, considera l’esistenza del singolo come un punto di partenza per la costruzione di significati il quale si traduce in una volontà di interazione con il mondo e di contatto con il reale.

Gli strumenti a cui allude Sereni sono i mezzi con cui si affronta il mondo e si riferiscono al modo di incidere sulla realtà delle cose. L’uomo è, infatti, in costante interazione con la realtà esterna. Tramite la poesia, infatti, può essere consegnato lo strumento umano più importante: la parola.

Il ricordo e il dialogo con il passato e la tradizione: gli strumenti dell’uomo per non sopperire ai mutamenti

Gli strumenti umani sono l’ unica consolazione che ha l’uomo in un continuo baluginio di mutamenti. Recuperare il passato da una forma di oblio annunciata è l’unico modo per opporsi alla precarietà del divenire. Vittorio Sereni ritiene necessario prediligere un dialogo con la tradizione, sottolineando l’importanza della memoria culturale in una società in cui il cambiamento, la velocità e il consumismo non custodiscono il dettaglio. Una memoria che deve anche, necessariamente, essere storica: la storia stessa deve essere mantenuta viva mediante la scrittura. Indicativo è il componimento Amsterdam in cui Sereni ricorda Anna Frank; ragazza vittima di una malvagia parentesi storica, apparentemente simile a tante altre fanciulle che pur hanno subito tale brutalità, il cui merito è stato consegnare alla storia le sue memorie. Sempre in Gli strumenti umani Vittorio Sereni scrive nella poesia Versi:

Se ne scrivono ancora.
Si pensa ad essi mentendo
ai trepidi occhi che ti fanno gli auguri
l’ultima sera dell’anno.
Se ne scrivono solo in negativo
dentro un nero di anni
come pagando un fastidioso debito
che era vecchio di anni.
No, non è più felice l’esercizio.
Ridono alcuni: tu scrivevi per l’Arte.
Nemmeno io volevo questo che volevo ben altro.
Si fanno versi per scrollare un peso
e passare al seguente. Ma c’è sempre
qualche peso di troppo, non c’è mai
alcun verso che basti
se domani tu stesso te ne scordi.

La poetica di Sereni non è nobile, né ideologica: la concretezza pervade ogni sentimento, idea, e anche nella possibilità di interazione fra l’Io e il mondo il poeta sa e riconosce che fra la dimensione personale e collettiva esista una profonda distanza. Tuttavia, la poesia non ha lo scopo di comunicare ma quello di accomunare e accogliere; nessuno è solo e ogni uomo ha i propri e personali mezzi umani per non essere obliato e sconfiggere il tempo. L’ultima raccolta di Sereni, Stella variabile (1981), riprende gran parte dei temi trattati in Gli strumenti umani e introduce la riflessione sulla morte, l’aldilà, in connessione con l’elemento arboreo e la natura. La morte è l’ultima tappa di un tempo ormai trascorso: e tuttavia, come lo stesso Sereni riporta nella lirica Versi, nessuna poesia assurge a strumento di consolazione se l’uomo stesso non si impegnerà a rendere tangibili le proprie memorie.

Stella Grillo

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