l 10 dicembre 2024 la quinta sezione penale del Tribunale di Milano ha condannato Leonardo Caffo a 4 anni di carcere per i reati di maltrattamenti e lesioni gravi nei confronti dell’allora fidanzata. Oggi, il filosofo progressista e antispecista, è nuovamente finito sotto i riflettori. La Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, la NABA, lo ha licenziato. Caffo non ha accettato di buon grado la scelta, definendo quanto gli sta accadendo come una “punizione perpetua”.
Leonardo Caffo licenziato da NABA, una scelta definita sproporzionata
Leonardo Caffo ha aspramente criticato il suo licenziamento, definendo la decisione dell’accademia inadeguata e, pertanto, farà ricorso. L’uomo ha affermato che, in più occasioni, ha chiesto scusa come e dove ha potuto. Eppure, “nonostante la presenza di una fedina penale pulita si preferisce la gogna mediatica e la punizione perpetua”. Successivamente ha aggiunto che la decisione presa dall’accademia è motivata dall’incompatibilità delle sue azioni con il loro codice etico. Il licenziamento, quindi, è stato individuato come un provvedimento disciplinare. Attualmente, la NABA non ha rilasciato alcun commento in merito al licenziamento di Caffo.
Dopo la condanna giunta nel 2024, la Corte d’Appello di Milano aveva ridotto la sua pena da quattro a due anni. Inoltre, aveva scelto di assolvere Caffo dall’accusa di lesioni. L’uomo, aveva anche ottenuto la sospensione condizionale della pena e la “non menzione”. Quest’ultima gli ha permesso di non essere inserito nel certificato del casellario giudiziale, cioè il registro in cui sono inseriti i provvedimento penali e le sentenze definitive. L’uomo, ripetiamo, accusato di maltrattamenti e lesioni gravi (quali, ad esempio, una frattura “scomposta” e “accorciamento del dito” di lei) ha dichiarato: “Io, filosofo di professione, potrei insegnare non solo Kant o Hegel, ma anche la fallibilità umana, il valore del perdono, la capacità di rialzarsi e di rispettare le leggi della Repubblica anche quando non coincidono con le proprie idee. Eppure, sembra che un sistema universitario, che dovrebbe valorizzare la pluralità delle esperienze umane, scelga invece di espellere chi incarna proprio quel percorso di redenzione”. Il licenziamento, quindi, è apparso all’uomo come “una sanzione ulteriore per fatti già definiti in sede penale”.
Stefania Cirillo





