Ieri la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per avere mantenuto il mafioso calabrese Giuseppe Morabito al regime carcerario del 41-bis, il nonostante sia molto anziano e affetto da diverse patologie. L’uomo, oggi novantenne, era finito in manette nel 2004 dopo una lunga latitanza, ed è detenuto da undici anni nel carcere Opera di Milano. Nel 2002 aveva presentato un ricorso al tribunale internazionale per contestare l’incompatibilità delle sue condizioni di salute con la detenzione.
Morabito ha infatti ricevuto una diagnosi di Alzheimer, e i suoi legali hanno ritenuto insufficienti le cure mediche offerte dalla struttura. La Corte ha riscontrato e confermato una violazione dell’articolo 3, secondo il quale «nessuno può essere sottoposto a tortura o a trattamenti o punizioni inumani o degradanti».
La Corte Europea dei diritti dell’uomo non ritiene Giuseppe Morabito compatibile con il regime del 41-bis
I giudici sono convinti che, considerate le sue condizioni di salute e dopo vent’anni di carcere duro, sia improbabile che il boss della ‘ndrangheta possa riprendere contatti con l’organizzazione mafiosa a cui era affiliato. La sentenza interessa il periodo fino al 24 maggio del 2023, quando l’ex criminale era stato trasferito d’urgenza in ospedale per essere operato per un’ernia. A novembre dello stesso anno, il regime era stato riattivato.
Nella sua attuale forma, il 41-bis risale al 1992, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. È stato varato per limitare il più possibile la frequenza dei contatti con l’esterno degli esponenti di vertice delle organizzazioni mafiose. Si tratta, dunque, di una sospensione del “trattamento penitenziario ordinario”; uno strumento preventivo che mira a isolare il detenuto dai suoi collaboratori.
Federica Checchia
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