Lo Stretto di Hormuz è l’unica via d’uscita per il gas naturale liquefatto (LNG) del Qatar, il più grande esportatore mondiale. Ma la chiusura dello Stretto di Hormuz non riguarda solo il petrolio o i fertilizzanti, ma sta mettendo sotto pressione anche il mercato dell’elio, elemento essenziale per la produzione di semiconduttori avanzati. Parallelamente, osserviamo anche un secondo livello di criticità legato ad altre materie prime come il bromo, utilizzato proprio nei processi di incisione dei circuiti. La produzione di bromo è concentrata in aree geopoliticamente sensibili come Israele e Giordania, il che amplifica il rischio sistemico. Comunque sia, tra i materiali critici, l’elio resta quello più monitorato, perché la sua disponibilità incide direttamente sulla continuità operativa delle fabbriche.

Stretto di Hormuz tra tecnologia e importazioni alimentari

Per i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), Hormuz è la porta d’ingresso per le importazioni alimentari e, in definitiva, per buona parte della loro sicurezza alimentare. Stati come il Kuwait, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti importano tra l’80% e il 90% del loro fabbisogno calorico. Un blocco prolungato trasformerebbe in pochi giorni una crisi energetica in una crisi umanitaria regionale. Inoltre, i porti di Jebel Ali (Dubai) e Abu Dhabi, tra i più trafficati al mondo, dipendono dall’accesso libero allo Stretto per lo smistamento di beni di consumo e componenti elettroniche dirette verso l’Occidente. La logistica dei Container di tre continenti passa di qui.

L’Iran è, quindi, consapevole che la chiusura di Hormuz sarebbe un “suicidio economico” (anche le sue esportazioni verrebbero azzerate), ma la sua capacità di farlo rimane la più potente forma di deterrenza non convenzionale esistente.

Tra i Paesi più esposti a causa di questo scenario c’è Taiwan, hub globale per la produzione dei semiconduttori più avanzati, che si trova ora sull’orlo di una potenziale crisi energetica e delle materie prime. L’isola importa circa il 97% dell’energia che consuma e dipende in modo significativo dal Medio Oriente, da cui proviene circa il 37% del combustibile utilizzato nella sua rete elettrica, fortemente basata sul GNL. Questa energia è essenziale per alimentare impianti ad altissima intensità energetica come quelli di TSMC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company), che richiedono forniture continue e stabili per garantire la precisione dei processi produttivi. , colpito nel contesto del conflitto, ha attivato una dinamica che coinvolge l’intera filiera: dalle fabbriche taiwanesi di TSMC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company) fino ai data center dell’intelligenza artificiale negli Stati Uniti.