Cinema

“Luigi Proietti detto Gigi”, il docufilm di Edoardo Leo in anteprima

Oggi è stata trasmessa, alla Casa del Cinema di Roma, l’anteprima stampa del docufilm “Luigi Proietti detto Gigi” di Edoardo Leo, dedicato al grande Gigi Proietti, nelle sale cinematografiche dal 3 al 9 marzo.

Gigi. Tre anni fa lo avevo conosciuto ad uno spettacolo teatrale della figlia Carlotta. “Quanto sei alto!“, gli urlo. “Possiamo farci una foto? Sei il mio idolo da sempre!“. Gli urlo ancora. Mi avvicino, mi metto in posa. Ero visibilmente più bassa di lui, di almeno due spanne. Allora lui si avvicina al mio orecchio e mi sussurra: “Sali sul gradino, così sembri alta quanto a me“.

Questo docufilm rappresenta questo. Rappresenta l’umiltà. Edoardo Leo mantiene in piedi l’idea originaria di voler raccontare Gigi, sin da quando era ancora in vita, e realizza una perla intima di ricordo e giusto riconoscimento. Sono le figlie a suggerirgli che questo lavoro continui, e ciò che ne scaturito è un inno alla passione, un inno alla professionalità vera, quella leggera, e un inno all’arte onesta, priva di prosopopea. Il genio vero. In due ore di docufilm, le lacrime scendono sempre. A volte sono lacrime di nostalgia, a volte di vertiginosa risata.

La familiarità coinvolge anche chi è spettatore. Leo sceglie il tavolo di un soggiorno per fare due chiacchiere con la sorella di Gigi e le due figlie, tanto che sembra di esser lì con loro, a partecipare a quelle confidenze di sorrisi e bizzarrie che presagivano già, in età infantile, una genialità in erba che sarebbe esplosa, quando a soli tre anni il piccolo Luigi aveva avuto il primo applauso in chiesa.

Le immagini parlano da sole. I video dei primi spettacoli di quando Gigi recitava nella compagnia dell’università, i primi passi nel teatro vero, la commedia musicale. L’incontro con Roberto Lerici e la nascita di un teatro d’avanguardia, tra sacro e profano, antico e contemporaneo. Il teatro popolare come esperienza collettiva, di cui lui è pioniere assoluto. Il cinema che sembra non averlo mai “considerato” del tutto, per arrivare ad un televisivo Maresciallo Rocca, simbolo dell’italiano degli anni Novanta. Tutto sembra risuonare anche senza musica, tanto che la voce di Leo parla, spiega, e null’altro suono è necessario in più. Essenzialità in ogni scena che già è densa dell’immagine di Gigi, della sua presenza scenica, del suo carisma innato, del suo sorriso. Le barzellette da far venire mal di pancia. Nun me romper er cà, e poi Il cavaliere nero, che, si potrebbero sentire all’infinito, ma farebbero ridere sempre lo stesso.

Numerose sono le partecipazioni di professionisti dello spettacolo che hanno avuto la fortuna di vivere la persona e non solo il personaggio di Proietti. Fiorello parla di inizio della formula del One Man Show, grazie allo spettacolo “A me gli occhi please“. Paola Cortellesi racconta di come la figlia si fosse incantata ascoltando la voce del Genio della Lampada, doppiato da Gigi, nel periodo dell’attività di doppiaggio. Alessandro Gassman ricorda l’amicizia fraterna tra Gigi e il padre Vittorio, tanto da definirli molto simili tra loro. Nicola Piovani, compositore che con lui aveva collaborato in svariate occasioni, chiosa con un “Perdonatemi, ma per parlare di Gigi uomo non sono ancora pronto“. Le loro parole, e le immagini di Gigi che canta in trattoria dopo ogni spettacolo, mostrano un essere umano vero, pulsante, dietro al personaggio, ma soprattutto oltre il personaggio.

E poi il Globe Theatre. La sua dimora, a lui oggi interamente dedicata, nata con l’intento – riuscito- di far sentire alla gente quel luogo come proprio. L’anno precedente alla sua morte, Leo intervista Gigi proprio lì, tra gli spalti vuoti e il suo completo bianco candido, quasi casuale. Tutto il docufilm è accompagnato da quei racconti lì, di un Gigi anziano e dalla barba bianca, che ancora non sa cos’è che ci stia a fare là.

Durante i racconti su A me gli occhi please, riflette ad alta voce perplesso e sincero:

Quel successo stratosferico mica me lo spiego. Duemila persone fuori in fila. In fondo mica ero tanto famoso. Bah, rimane un mistero.

Per chi è romano, per chi non lo è, per chi ama la verità, per chi ama il talento, questo racconto di vita e d’amore non solo insegna la storia di un grandissimo uomo, ma insegna che il successo non solo è irrilevante, ma è una casualità, quando ogni giorno è un giorno di arte vera, di umiltà. Di passione. Per tutta la durata delle quasi due ore, Leo si chiede dove sia il segreto di questa grandezza, e sembra arrivare impetuoso tutto nel finale, dentro alle stesse parole di Gigi, su quella solita seggiola, vestito di bianco:

Non ho la tempra del divo. A me, me sembra sempre che gli altri sò meglio.

Francesca Orazi

Seguici su Facebook, Instagram, Metrò

Adv

Related Articles

Back to top button