Le elezioni parlamentari del 12 aprile 2026 segnano una svolta per l’Ungheria, decretando la fine di un’era politica durata 16 anni. Il partito d’opposizione Tisza guidato da Péter Magyar ottiene una vittoria travolgente e con 138 seggi supera in Parlamento la maggioranza dei due terzi (la cosiddetta “super-maggioranza”) che permette di modificare la Costituzione. Il partito Fidesz del premier uscente Viktor Orbán è fermo a 55 seggi, la destra ancor più estrema di Mi Hazánk ne avrebbe 6

È stato un duro colpo per Orbán, stretto alleato sia del presidente americano Donald Trump che del presidente russo Vladimir Putin, che ha ammesso subito la sconfitta dopo quello che ha definito un risultato elettorale “doloroso”. Il vicepresidente americano JD Vance si era recato in Ungheria pochi giorni prima, con l’intento di dare una spinta decisiva alla vittoria di Orbán.

Il vincitore delle elezioni, Péter Magyar, un ex fedelissimo di Orbán che ha condotto la sua campagna contro la corruzione e su temi quotidiani come la sanità e i trasporti pubblici, si è impegnato a ricostruire i rapporti dell’Ungheria con l’Unione Europea e la NATO, legami che si erano deteriorati sotto il governo Orbán. I leader europei si sono subito congratulati con Magyar.

“Dal 13 aprile l’Ungheria sarà una democrazia. Non illiberale, non popolare: semplicemente uno Stato di diritto democratico”, aveva detto Magyar da Debrecen alla vigilia del voto, chiedendo “un mandato” per guidare il Paese. Se l’opposizione sconfiggerà Viktor Orbán, ha continuato, ci sarà “una nuova Costituzione da approvare con referendum”.

Chi è Péter Magyar

Nato nel 1981 in una famiglia di giuristi – madre giudice dell’Alta Corte, nonno tra le figure dello Stato -, cresce dentro l’élite magiara studiando legge all’Università cattolica di Budapest, una delle fucine del conservatorismo. Credente convinto, ex adepto di Fidesz (il partito orbaniano), underdog nato dalla costola del potere di cui presto assorbe linguaggio e regole, tanto da arrivare a sfidarlo.

L’ingresso nel sistema del 45enne è stato graduale. A segnare la svolta arrivano, nel 2006, le nozze con la collega di partito Judit Varga, destinata a diventare ministra della Giustizia. Quando la carriera della moglie lo porta a Bruxelles, anche lui entra nel circuito delle istituzioni europee, imparando presto a muoversi tra il cuore del potere nazionale e i corridoi dell’Ue. Rientrato in patria, resta però ai margini della politica vera. Ruoli tecnici, incarichi in aziende pubbliche, una presenza che non sfonda. I vertici di Fidesz lo considerano troppo autonomo, difficile da controllare, poco incline agli ordini di scuderia. L’avvocato intanto osserva e diventa lo spin doctor di Varga, contribuendo alla sua ascesa. Poi la rottura personale anticipa quella politica: il matrimonio finisce nel 2023 e, poco dopo, viene progressivamente escluso dai centri di potere. Fino all’epilogo, un anno più tardi, con lo scandalo della grazia a un pedofilo che travolge il sistema: cadono la presidente della Repubblica e l’ex moglie.

L’Ungheria si scopre attraversata da una crepa morale. Magyar decide di entrarci con un’intervista senza filtri al canale Partizan, muovendo accuse frontali a Fidesz di corruzione e abusi e raccogliendo milioni di visualizzazioni. Nel giro di poche settimane fonda il suo Tisza – dal Tibisco, il fiume che attraversa la vasta pianura ungherese – con l’idea di trascinare il cambiamento.

Appena quattro mesi dopo, alle Europee, sfiora il 30%. Un terremoto che lo catapulta al centro della scena, spinto da una macchina sorprendente che prende forma alle sue spalle: decine di migliaia di volontari, le isole Tisza, accendono la campagna dal basso, quartiere dopo quartiere. Parla alle campagne con il “linguaggio dell’umanità” e, insieme, intercetta l’elettorato urbano e progressista, tenendo insieme patriottismo e critica al sistema, sovranità e apertura all’Europa.