«Un’arte che nasca dal sangue del cuore»; così Edvard Munch definiva il suo percorso pittorico e, di conseguenza, se stesso. Non a caso, l’artista norvegese è considerato uno dei padri spirituali dell’Espressionismo, avanguardia europea nata agli inizi del Novecento per “contrastare” l’Impressionismo. In questa corrente, gli “occhi dell’anima” sono il punto di partenza, in un moto che parte dall’interno per poi scaturire e posarsi sulla tela, traccia concreta di una sensazione, di un dissidio, di un dolore.
«Che cos’è l’arte? L’arte emerge dalla gioia e dal dolore. Maggiormente dal dolore. Fiorisce dal vivere umano». Per Munch, dipingere era un percorso terapeutico che gli consentiva di confessare pubblicamente i suoi pensieri più reconditi, senza filtri o pudori. Le sue opere parlano di gelosia, paura, misantropia, amore, morte, descrivendo l’intero spettro delle emozioni umane.
Edvard Munch: la serie “Malinconia”

Tra le testimonianze più significative del lavoro di Munch, c’è sicuramente la serie Malinconia (in norvegese Melankoli), composta da cinque tele e due xilografie. Si tratta di uno dei primi tentativi si Simbolismo per il pittore, e fa parte del Fregio della vita. Il soggetto fa riferimento alla sfortunata relazione tra l’amico giornalista Jappe Nilssen e Oda Krohg, moglie del pittore Christian Krohg. L’artista si rivede in questo amore tormentato; anche lui, tempo prima, aveva vissuto una condizione simile. Per questo motivo, il protagonista del dipinto può essere associato sia a Nilssen che allo stesso Munch.
Nell’angolo destro delle opere, in primo piano, un uomo siede su una spiaggia rocciosa, chiuso in se stesso, mentre sorregge il capo con la mano. Tra le opere, solo una, datata 1982, si discosta rispetto alle altre; in essa, l’individuo è confinato in basso a destra, con le spalle rivolte alla spiaggia. Nella cala sullo sfondo, una coppia è in procinto di imbarcarsi. I colori freddi, ottenuti tramite una combinazione di pastello, colori a olio e matita, accentuano l’atmosfera cupa e melanconica. L’assenza di tridimensionalità rende la scena statica, fotogrando una condizione umana che appare immutabile.
L’uomo del Novecento: animale sociale, ma profondamente solo
La figura dipinta da Edvard Munch è la perfetta rappresentazione dell’uomo del Novecento: chiuso, nostalgico, solo. L’inetto descritto da Italo Svevo ne La coscienza di Zeno, così come l’essere umano al centro degli studi di Sigmund Freud, che in quegli anni gettava le basi per la moderna psicanalisi, è malinconico, alienato rispetto ad una società che corre veloce, troppo veloce, rispetto al suo passo debole e incerto. Il mondo va avanti, come mostra la barca nella serie Malinconia, ma a lui questo non interessa; perso nei suoi pensieri, guarda tutto e non guarda niente o, addirittura, volge le spalle al mare.
L’amore non è conforto, ma burrasca, struggimento, e non vi è calore o conforto in un rapporto che non riesce a trovare il suo spazio. L’uomo non partecipa alla scena, né la percepisce; subisce in silenzio lo sciabordio delle onde, il chiacchiericcio in lontananza, il rumore del vento. Una natura in movimento, mentre lui è bloccato lì, su quello scoglio, perso nei suoi pensieri, tutti rivolti a quella felicità che, almeno secondo le sue convinzioni, gli è preclusa. Potrebbe, in realtà, fare qualcosa per mutare la propria condizione, ma non osa e, in fondo, neanche vuole. Galleggiare in un lago di tristezza stagnante è, tutto sommato, più sicuro che gettarsi in mare e nuotare, con il rischio di essere travolti dalle tempeste della vita. Meglio, allora, restare seduti lì, immobili, immersi nell’oscura -ma al tempo stesso confortevole, perché nota- malinconia.
Federica Checchia
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