Marty Supreme è l’ultima opera di Josh Safdie prodotta da A24, che va a chiudere una trilogia dell’adrenalina, iniziata con Good Time, proseguita con Diamanti Grezzi e culminata in questa rutilante storia di un giocatore di ping-pong così esaltato da essere convinto di poter fare tutto. Esattamente come la pallina che schizza ovunque sul campo da gioco, anche il protagonista Timothée Chalamet rotola e rimbalza continuamente da un guaio all’altro.
Marty Supreme: un racconto rocambolesco e surreale (che si deforma come una pallina in un campo)
Ispirato alla vita di Marty Reisman, medaglia di bronzo ai mondiali di tennis-tavolo, la storia segue le vicende di questo venditore di scarpe che si licenzia per partecipare al torneo di ping-pong più importante al mondo.
È convinto di essere imbattibile ma alla fine viene sconfitto dall’acerrimo nemico giapponese Endo. Da quel momento Marty sogna solo di poterlo battere al torneo dell’anno successivo in Giappone ma ha bisogno di soldi per andarci.
Ostinato a non trovarsi più un lavoro cercherà in tutti i modi di recuperare i soldi di cui ha bisogno facendo di tutto: truffando al bowling, rubando a donne facoltose, rapendo il cane ad un mafioso interpretato da Abel Ferrara in gran spolvero. Dovrà pure farsi sculacciare con la racchetta dal tycoon spietato Mr. Rockwell (che sembra un po’ l’abbreviazione di Rockfeller). Tutto pur di ottenere i soldi per il Giappone. Nel frattempo, ha anche messo incinta per sbaglio l’amica di infanzia sposata con un suo amico.
Non ti dà tregua per un attimo, succede sempre qualcosa.
La lingua biforcuta di Marty e il ruolo del ping pong
La lingua biforcuta e tagliente di Marty ricorda un po’ il carattere di un altro genio sregolato come Bobby Fischer negli scacchi. In questo film il ping-pong diventa qualcos’altro, come la motocicletta nel famoso romanzo fricchettone anni settanta Lo zen o l’arte della manutenzione della moto.
Marty Supreme non è un bonzo illuminato ma è profondamente convinto che ce la farà in qualche modo, anche se non sa come e perché, anche se tutto intorno a sé gli dice che non sarà così.
Una storia rocambolesca, piena di inseguimenti in un viaggio picaresco di questo sfacciato ragazzo a metà tra Lupin e Bugs Bunny. Il susseguirsi di eventi stravaganti dà un andamento alla Looney Tunes.
Ad ogni scena pensi “no basta, qui si sta esagerando”, tipo la storia dell’amico ebreo nel campo di concentramento e invece ce la fa, alla fine ti piace e quella dopo peggiora ancora di più. Allora ricominci a dire “no senti, basta così”. E invece no, ti diverti sempre di più. Nella spietata New York anni 50′, quando è finito un mondo e ne sta per esplodere un altro, Marty Supreme cerca fortuna provandole tutte.
Si ritroverà davanti alla scelta se avere successo o vincere da solo contro tutti.
Un film fuori dai canoni
Il film ha una struttura classica ma accelerata così tanto da deragliare dai canoni. Schizza come un proiettile restituendo anche i ritmi forsennati della lunga corsa verso il successo del dopoguerra.
Oggi quella corsa folle si è trasformata in accelerazionismo, l’unico modo per fermare la macchina fuori controllo è farla schiantare. Qualcuno potrebbe considerarla una narrazione mascolina in quanto piena di azione, adrenalina e ritmi intensi ma custodisce anche un lato delicato che viene fuori al momento giusto.
Marty va alla velocità della luce per non confondersi con il grigio sfocato su un marrone sfumato dello sfondo.
Marty Supreme brilla in un mondo spento.





