Una professoressa della facoltà di Medicina dell’Università di Bari è finita nella bufera per una serie di esternazioni che hanno scatenato la polemica. L’associazione studentesca Udu Bari ha denunciato il comportamento della docente che, nel corso di una lezione, si sarebbe lasciata andare a una serie di osservazioni, come «Si dovrebbe studiare medicina solo se si proviene da un liceo, classico o scientifico». A sollevare il polverone, tuttavia, è stata la frase: «Se avessi avuto un figlio che segue il semestre filtro a venticinque anni, lo avrei piuttosto mandato a consegnare le pizze».

La professoressa fa riferimenro alla nuova fase preliminare introdotta dal governo Meloni, a seguito dell’abolizione del test d’ingresso a Medicina. Secondo il nuovo regolamento, se, al termine dei sei mesi di prova, tutti gli esami previsti non sono stati superati, si viene estromessi dal corso di studi.

Secondo il rettore dell’Università di Bari, la professa avrebbe parlato per spronare gli studenti

Adriano Porfido, dell’esecutivo Udu Bari, ha dichiarato: «A preoccuparci non è tanto il singolo episodio, ma l’impatto che queste frasi hanno avuto sugli studenti. Il semestre filtro è frequentato da persone con estrazione molto variegata, alcune più fragili o grandi di età. Questi ragazzi sono sottoposti in queste settimane a un tour de force iper-performante. Abbiamo paura che possano demotivarsi e abbandonare. Si tratta comunque di una riforma per noi fallimentare».

Il rettore dell’Università di Bari, Roberto Bellotti, è intervenuto in merito alla vicenda: «La docente si è detta pronta a chiarire. Quanto divulgato non è corrispondente al suo pensiero. Mi ha spiegato che l’episodio è avvenuto durante una chiacchierata informale con alcuni studenti, nella quale, a fronte delle difficoltà manifestate da alcuni di loro, avrebbe voluto incoraggiarli a impegnarsi al massimo per non rimanere indietro nel percorso di studi. L’impegno dell’Università di Bari rimane quello di continuare a essere luogo di dialogo, ascolto e rispetto».

Il tritacarne di una società che ci vuole sempre performanti

Indipendentemente dalle sue intenzioni, le frasi della professoressa mostrano come, nell’ambiente scolastico, come in quello lavorativo e personale, la società sia strettamente legata alla performance, e a un’iper-efficienza che non lascia scampo a chi, per qualsiasi motivo, incontra delle difficoltà. Nonostante la cronaca sia costellata di storie di giovanissimi che non riescono a reggere la pressione di una realtà che li vuole perfetti a tutti i costi, senza sbavature e in linea con dei percorsi prestabiliti da altri e che, talvolta, arrivano a compiere dei gesti estremi, la giostra non sembra intenzionata a rallentare, anzi.

Le nuove generazioni vanno sicuramente educate alle responsabilità e all’impegno. Questo, però, non vuol dire annientare la loro individualità, in nome di un obiettivo che talvolta si rivela irraggiungibile. Reputazione, visibilità e benessere esibito sono diventati i valori cardine di una rete sociale che lascia indietro chiunque rimanga indietro, e che punta il dito contro le persone che vanno a un ritmo diverso da quello richiesto.

Consegnare pizze -impiego citato dalla docente in modo palesemente svalutante- è un lavoro come un altro, con una sua dignità che non va sminuita, al pari dell’intraprendere un percorso accademico a venticinque anni, o più. Ogni individuo ha la propria storia, e le sue scelte possono dipendere da un’infinità di fattori diversi, che possono essere di natura economica o personale. Confrontarle con quelle di un’altra persona è inutile e, anzi, controproducente. Il tempo scorre per tutti alla stessa velocità, ma ognuno ha il diritto di utilizzarlo come meglio crede, senza il timore di essere lasciato indietro. C’è chi corre, chi ha delle battute d’arresto, chi arriva prima e chi ha bisogno di qualche mese, o anno, in più. L’importante è camminare, secondo il passo più adatto alle proprie scarpe.

Federica Checchia