Monica Vitti è stato il volto di un nuovo cinema: con lei ed Antonioni nasce una nuova visione del personaggio cinematografico e questo lo dobbiamo soprattutto alla trilogia dell’incomunicabilità.

Monica Vitti, il volto del cinema di Antonioni

Monica Vitti e Antonioni - Photo Credits flashbak.com

Quando si parla di Trilogia dell’incomunicabilità, ci si riferisce in particolar modo a tre film nati grazie al sodalizio/relazione tra l’attrice Monica Vitti e il regista Michelangelo Antonioni. L’avventura (1960), La notte (1961) e L’eclisse (1962) sono i tre capolavori cinematografici nati da quest’incontro e gli stessi capolavori che hanno dato il via alla trasformazione del cinema neorealista. Film ispirati alla sbadataggine di Monica Vitti, che Antonioni poté costatare con le proprie mani. Lo sguardo assente dell’attrice, la rendeva l’unica in grado di poter interpretare con autenticità le personagge del regista.

Anche perché è importante sapere che parte del cinema di Antonioni si fonda proprio sull’evidente incapacità del soggetto di guardare e comprendere il mondo che lo circonda, portando all’estremo la tendenza di una crisi dello sguardo preponderante a partire dagli anni ’40. Non è più possibile ipotizzare un modo di rappresentazione che mostri il mondo, ma viene esibito lo sguardo che lo configura e lo forgia. La protagonista e gli altri personaggi agiscono senza essere consapevoli delle loro motivazioni, scivolando passivamente da una situazione all’altra. Il personaggio diventa una specie di spettatore del mondo: si muove all’interno delle situazioni, registrando ciò che gli accade intorno.  

Lo smarrimento: L’Avventura (1960)

Il primo dei tre film che compongono la trilogia dell’incomunicabilità, ovvero L’avventura, venne in mente ad Antonioni grazie alla sbadataggine di Monica Vitti. In vacanza sull’isola di Ventotene, Monica Vitti si perde, non riesce più a trovare la strada per tornare in barca dal regista e dai loro amici. Nasce così la trama di L’avventura: una storia che parte da uno smarrimento fisico (quello del personaggio di Anna) per arrivare ad uno smarrimento esistenziale in cui i personaggi sono oggettivamente svuotati. Più che l’assenza di un altro, soffrono dell’assenza a se stessi e il trionfo dell’infelicità nella borghesia degli Anni Sessanta. Gestualità, passeggiata, attesa, sguardo distratto sul mondo attorno si intreccia allo sguardo della macchina da presa in una circolazione affettiva fra autore- spettatore- personaggio. Tutto questo si riconduce alla soggettività del personaggio: è la relazione tra chi guarda e chi è guardato.

L’esistenzialismo di Antonioni tramite Monica Vitti: La Notte (1961)

In La notte, film ambientato a Milano nel pieno boom economico, i due protagonisti, Marcello Mastroianni e Jeanne Moreau, incontrano una giovane ragazza, interpretata da Monica Vitti. I tre instaurano un gioco di seduzione tra, nato inizialmente tra Mastroianni e Vitti come passatempo annoiato in un party, per poi includere anche Moreau, volto del disagio esistenziale di un matrimonio spento e di una vita emotiva scarna.

La notte è un film che mette in luce le pause, la dilatazione dei tempi che lascia i protagonisti soli per il loro vivere una vita all’insegna dell’apparenza e di una convivialità forzata. Antonioni esplora ancora una volta il trionfo malinconico della borghesia, muovendosi assieme al personaggio con un senso di distacco dalla realtà.  E Monica Vitti, riesce ancora una volta ad incarnare il volto silenzioso dell’Italia borghese degli anni Sessanta: è inerme, parla con gli occhi e si innamora sempre dell’altro e mai di sé, arrendendosi alla sensazione di essere piccola nel mondo.

Un unico sguardo: L’eclisse (1962)

In L’eclisse, la visione di Antonioni raggiunge il massimo dell’esistenzialismo: lo spazio vissuto dalla protagonista (Monica Vitti) si compone alla fine in uno spazio vuoto che raggiunge la superficie bianca. La frenesia entusiasta delle masse si mescola alla visione angosciosa dell’individualità dei singoli. Ancora una volta Monica Vitti torna ad essere il volto racconto, questa volta insieme all’attore francese Alain Delon. Nella storia d’amore tra i due personaggi non succede nulla. Né slanci né passioni travolgenti, solo una tiepida conoscenza. La Vitti riesce a celare l’intenzione all’interno, di monologare silenziosamente come presa da un immobilismo esistenziale. Immobilismo tradotto in azione, o meglio, non-azione: i due si danno un appuntamento a cui non andranno mai. Ancora una volta, il silenzio.

Martina Capitani

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Ph: Monica Vitti e Antonioni – Photo Credits flashbak.com