Secondo i giudici della Corte d’Assise di Caltanissetta, le indagini sulla morte di Paolo Borsellino a via D’Amelio furono inquinate da gravi depistaggi.
Dopo il deposito della sentenza avvenuta nell’Aprile del 2017, i giudici della Corte d’Assise di Caltanissetta hanno pubblicato, Sabato 30 giugno, più di 1800 pagine di motivazioni su quanto deciso all’esito del processo Borsellino quater, che ha decretato la condanna all’ergastolo per i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino e a dieci anni di carcere per calunnia i finti pentiti Francesco Andriotta e Calogero Pulci per la strage di via D’Amelio.
Secondo il collegio giudicante l’inchiesta che si aprì a seguito della strage di via D’Amelio, nella quale rimase ucciso il magistrato Paolo Borsellino, rappresenta “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana“, frutto anche del tentativo di occultare la “responsabilità di altri soggetti per la strage, nel quadro di una convergenza di interessi tra Cosa Nostra e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l’opera del magistrato“.
I giudici nelle motivazioni appena pubblicate fanno riferimento, in primis, ai falsi pentiti tra cui Scarantino, nel frattempo andato esente da qualsiasi pena per la prescrizione del reato. Si sarebbe trattato, invece, di soggetti che nulla avevano a che fare con la strage di via D’Amelio ma che erano invece stati indotti ad accollarsi la responsabilità dei fatti: tutti furono poi scarcerati e scagionati.
A consentire tale depistaggio fu “un proposito criminoso determinato essenzialmente dall’attività degli investigatori, che esercitarono in modo distorto i loro poteri“. Nel susseguirsi delle motivazioni si fa un accentuato riferimento al ruolo rivestito dal funzionario di Polizia Arnaldo La Barbera il quale ebbe il coordinamento delle indagini. Lo stesso La Barbera avrebbe avuto un ruolo diretto e principe nella sparizione della famosa agenda rossa che il giudice teneva all’interno della propria borsa da lavoro e nella quale era solito annotare gli sviluppi delle proprie inchieste.
A cosa fu dovuto un simile depistaggio? Non ci fu solo la volontà dei criminali di Cosa Nostra, sui quali Paolo Borsellino indagava già da tempo, ma probabilmente, come sospettato dai giudici, la “convergenza di interessi tra Cosa Nostra e altri centri di potere (quali la realtà politica ed economica-ndr-) che percepivano come un pericolo l’opera del magistrato“.
L’opera di depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio fu quindi condotta a tutti i livelli, tanto che la Procura di Caltanissetta ha aperto una nuova inchiesta a seguito della quale ha chiesto il rinvio a giudizio di tre poliziotti ritenuti coinvolti nel depistaggio: si tratta di Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, accusati di calunnia in concorso tra loro.
A seguito della pubblicazione delle motivazioni della sentenza che ha portato alla condanna di Salvo Madonia, Vittorio Tutino, Francesco Andriotta e Calogero Pulci, Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato barbaramente ucciso, ha rivolto un appello al Consiglio Superiore della Magistratura, chiamando in causa direttamente il Presidente della Repubblica (nonché Presidente del Csm) Sergio Mattarella. Con una nota il Csm ha riferito che “alla luce del deposito della sentenza…si occuperà della vicenda” attinente alla strage di via D’Amelio e delle indagini e depistaggi che ne sono seguiti.
Di Lorenzo Lucarelli





