Definire Mudbound (Dee Rees, 2017) un black film non è un pensiero immediato, perché va oltre ciò che in genere ci si aspetta dallo stesso black cinema. Il cosiddetto burden of representation (lett. il fardello della rappresentazione) ci induce erroneamente a pensare che la realtà afroamericana debba sempre essere messa in scena con tutta la brutalità e il disagio presente nella vita reale, per poter essere credibile.

Ogni autore, tuttavia, ha una sensibilità differente. Dee Rees per esempio opta per un approccio delicato, elegante nella forma ma coraggioso nel contenuto, oltre che orgogliosamente femminile.

Le donne di “Mudbound”

Lo sguardo femminile permea il film davanti e dietro la macchina da presa. Non è solo la regista a dar forma a questa prospettiva, ma naturalmente anche Rachel Morrison, la DOP (direttrice della fotografia) e Mako Kamitsuna, la montatrice. L’anima stessa di Mudbound nasce da una donna, Hillary Jordan, autrice del romanzo da cui è tratto questo adattamento cinematografico.

Mary J. Blige e Carey Mulligan in Mudbound (2017) - photo credit: web
Mary J. Blige e Carey Mulligan in Mudbound (2017) – photo credit: web

Dee Rees fa sua questa storia rendendo ancora più forte e preponderante l’aspetto razziale oltre a quello di genere. La prospettiva è inevitabilmente quella della black woman che, seppur in un film volutamente policentrico, diventa quella predominante. Mary J. Blige (nel ruolo di Florence) è infatti il volto e il corpo su cui si riversa la coscienza del film e della sua regista.

Razzismo e dinamiche sociali in scena

Mudbound è un racconto corale difficile da riassumere in una sola traiettoria narrativa. È una storia di amicizia e di conflitti, generazionali e di genere. Subdolo e onnipresente, tuttavia, è il razzismo sistemico che caratterizza le storie narrate, oggi come nel Mississippi dell’era Jim Crow. Attraverso dinamiche di opposizione o alleanza, ognuno dei sei protagonisti si trova sempre in relazione a un altro, in coppie che si riorganizzano continuamente: padri e figli, moglie e mariti, padroni e servi.

Jason Mitchell e Garrett Hedlund in Mudbound - photo credit: web
Jason Mitchell e Garrett Hedlund in Mudbound – photo credit: web

Ognuno ha inoltre la possibilità di esprimere il proprio mondo interiore attraverso sei diverse voci narranti. Proprio attraverso l’accavallamento di prospettive diverse, Mudbound mostra la forza contestatrice di chi è da sempre penalizzato nella società patriarcale occidentale: le donne, i giovani e i diversi. Dee Rees ha scelto tuttavia di accentuare, rispetto al romanzo di ispirazione, il ruolo della famiglia afroamericana protagonista, i tre Jackson: Hap (Rob Morgan), Florence e Ronsel (Jason Mitchell).

Il motivo principale è il fatto che le dinamiche dei Jackson sono più familiari alla regista, rispetto a quelle degli opposti McAllan. Offrono spunti di rappresentazione del quotidiano che qualsiasi regista afroamericano coglierebbe al volo per raccontare e glorificare l’esperienza nera negli Stati Uniti. Questo porta in secondo luogo al frequente confronto fra la famiglia di mezzadri neri e quella di padroni bianchi. Un confronto speculare che evidenzia la miseria del mondo bianco che pretende, conquista e viola tutto ciò di cui si appropria, che sia la terra o un altro essere umano.

Jonathan Banks, Jason Clarke e Rob Morgan in Mudbound - photo credit: web
Jonathan Banks, Jason Clarke e Rob Morgan in Mudbound – photo credit: web

Forme e simboli dell’identità afroamericana in “Mudbound”

Lo stoicismo afroamericano è declinato nei tre Jackson attraverso caratteristiche diverse ma complementari. Hap incarna la spiritualità e il blues (la profonda sofferenza) ereditati dagli antenati schiavi. Florence rappresenta la resilienza verso ogni forma di oppressione, sessuale o razziale. Infine Ronsel è l’immagine dell’insofferenza e dell’orgoglioso desiderio di riscatto. Rees tende inoltre ad asserire con forza l’innocenza del popolo afroamericano, vittima dello stigma del razzismo, attraverso immagini molto potenti.

La più intensa è sicuramente la tortura di Ronsel da parte del Ku Klux Klan, scena in cui il suo corpo martoriato ricorda quello di un crocifisso. La visione che quindi permea l’intero film è una visione schierata dal punto di vista afroamericano. E nonostante l’idea per cui il razzismo sia sudicio e difficile da eliminare, come il fango (mud, appunto), si tratta di una visione piuttosto ottimista, che lascia intravedere un lieto fine oltre le ingiustificate e imperdonabili sofferenze.

Jason Mitchell in Mudbound - photo credit: web
Jason Mitchell in Mudbound – photo credit: web

Articolo di Valeria Verbaro

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