Lo sapevate che oggi, 8 giugno si celebra la Giornata Mondiale degli Oceani? Beh se non ne eravate a conoscenza, ora lo siete. Questo potrebbe essere un buon motivo, se ancora non lo avete fatto, di iniziare ad inquinare meno perché il mare e gli oceani, rappresentano circa il 67% della superficie della Terra.

Giornata Mondiale degli Oceani: un motivo in più per inquinare di meno

La Giornata Mondiale degli Oceani si celebra ogni anno l’8 giugno, in occasione dell’Anniversario della Conferenza Mondiale su Ambiente e Sviluppo di Rio de Janeiro. La prima infatti fu istituita l’8 giugno del 1992. Ogni anno in occasione del World Oceans Day viene posto l’accento su un diverso tema di riflessione. Per il 2021 il focus sarà “The ocean: life and livelihoods(Oceano: vita e sostentamento), e farà luce sulla meraviglia dell’oceano.

Prodotto dalla Divisione per gli affari marittimi e della legge marina delle Nazioni Unite, in collaborazione con l’organizzazione no-profit Oceanic Global, presentato dal partner organizzativo Blancpain e sponsorizzato da La Mer, l’evento, completamente virtuale, vedrà oltre 40 leader di pensiero.

Negli ultimi anni è aumentato in modo esponenziale l’inquinamento dei mari e degli oceani attraverso plastica e microplastiche che oltre ad essere inquinanti, sono dannose anche per gli abitanti marini e per noi stessi. Il nostro paese infatti, produce 4 milioni di tonnellate di rifiuti plastici. E’ il maggior produttore di manufatti di plastica dell’area mediterranea e il secondo più grande produttore di rifiuti. Nel Mediterraneo si riversano circa 570mila tonnellate di rifiuti plastici ogni anno. La plastica può arrivare nel mare attraverso vari modi, per lo più per via di attività costiere, attraverso i fiumi e dalle attività marine.

Oceans Day: le isole di plastica degli oceani

In un periodo come quello che stiamo attraversando, è ancora più importante fare attenzione. Dall’inizio pandemia infatti abbiamo iniziato ad utilizzare dei dispositivi di protezione “usa e getta”, come ad esempio mascherine e guanti, realizzati con fibre di plastica che, se non smaltiti correttamente nell’indifferenziata, restano nell’ambiente per secoli: una singola mascherina può rilasciare in mare 173.000 microfibre al giorno.

La plastica riversata in mare molto spesso ritorna sulle coste e nelle zone interessate dalle correnti marine: proprio in queste zone si vengono a creare delle isole di plastica galleggianti con una superficie che potrebbe ricoprire un’intera nazione. Nell’Oceano Pacifico ad esempio, esiste una discarica fluttuante chiamata Pacific Trash Vortex o Great Pacific Garbage Patch che ha l’estensione del Canada.

Si tratta di una “zuppa” di plastica dispersa in mare. E’ una porzione di oceano di alcuni milioni di km quadrati, compresa nell’anello delle correnti del Pacifico, nella quale galleggiano milioni di tonnellate di rifiuti, di cui circa l’80% sono di materiale plastico. Si è formato a partire dagli anni ’80, a causa dell’incessante inquinamento da parte dell’uomo e dell’azione della corrente oceanica chiamata Vortice subtropicale del Nord Pacifico, dotata di un particolare movimento a spirale in senso orario. Nei momenti di massimo volume può arrivare a ricoprire fino a 10milioni di chilometri quadrati.

Oltre a questa, che è la più grande, ne esistono altre. La North Atlantic Garbage Patch è la seconda più grande isola galleggiante di rifiuti. E’ stata scoperta nel 1972, ha un’estensione di circa 4km quadrati ed è molto famosa per l’alta densità di rifiuti: 200mila detriti per chilometro quadrato.

Poi c’è la South Pacific Garbage Patch che ha una densità 8 volte superiore all’Italia con una superficie che si aggira attorno ai 2,6milioni di chilometri quadrati; e poi la  Artic Garbage Patch, scoperta nel 2013 è l’isola di plastica più piccola e più recente. Si trova in prossimità del Circolo Polare Artico e contiene tutti i detriti provenienti dall’Europa e dalle coste del Nord America.

Il riscaldamento globale ucciderà gli Oceani

Oltre la plastica però gli Oceani hanno un altro potente nemico: il riscaldamento globale. Esso è infatti causa dell’acidificazione delle acque che impedisce ai gusci e alle conchiglie di formarsi mettendo a rischio plancton, molluschi bivalvi, coralli, e tutta la catena alimentare che parte da loro, compresi pesci e crostacei mangiati dall’uomo. Fa morire i coralli, modifica gli habitat degli animali marini, mettendo alcune specie a rischio, e fa sciogliere i ghiacci dei territori polari, facendo aumentare il livello degli oceani e minacciando le zone costiere abitate dall’uomo.

Non dimentichiamoci poi che dalla salute dei nostri mari dipende anche la nostra. Il mare rilascia più del 50% dell’ossigeno che respiriamo ed è in grado di assorbire un terzo dell’anidride carbonica prodotta, oltre ad agire come regolatore del clima e fornire cibo e sostentamento a miliardi di persone: si stima che una persona su 5 dipenda dal mare.