Cultura

Oggi l’anniversario della morte di Giovanni Giolitti, lo statista che segnò un quindicennio

Il 17 luglio del 1928 si spegneva a Cavour Giovanni Giolitti, una delle più importanti figure della politica italiana del primo Novecento. Cinque volte Presidente del Consiglio dei Ministri, Giolitti ha dominato la scena politica italiana, seppur con qualche breve interruzione, per quasi un quindicennio; ciò ha portato gli storici a definire il periodo che va dagli inizi del secolo fino all’immediato pre-guerra mondiale come “età giolittiana”.

La sua figura è stata, ed è tutt’ora, al centro di numerosi dibattiti e critiche. Infatti, pur essendo stato uno dei maggiori protagonisti della crescita economica e sociale del paese nei primi anni del XX secolo, un apripista del dialogo tra stato e sindacati, con l’attuazione di riforme sulla tutela dei lavoratori e sull’aumento salariale di quest’ultimi, viene accusato da molti storici di aver creato una dittatura liberale manipolando le elezioni, con l’aiuto della criminalità organizzata, per favorire la vittoria di deputati a lui fedeli, nonché di quel trasformismo politico che lo portò a cambiare linea politica a seconda delle convenienze.

Le prime cariche politiche di Giolitti

Giovanni Giolitti - Photo Credits: iisf.it
Giovanni Giolitti – Photo Credits: iisf.it

L’ingresso della politica da parte di Giolitti avvenne nel 1862, quando entrò nell’amministrazione statale. Un decennio più tardi diventò Segretario Generale della Corte dei Conti e, nel 1889, Ministro del Tesoro sotto il governo Crispi. Il primo mandato alla presidenza del Consiglio dei Ministri risale al 1892 ma ebbe vita breve. Nel 1893 infatti, Giolitti si dimise a seguito dello scandalo della Banca Romana, per il quale il politico piemontese venne posto sul banco degli imputati con l’accusa di irregolarità commesse durante il suo mandato come ministro del tesoro. I capi d’accusa caddero nel 1895 ma già due anni prima, l’altro imputato, Francesco Crispi, formò il governo successivo a quello giolittiano.

Con l’inizio del nuovo secolo Giolitti ritornò in politica. Nel 1901 divenne Ministro degli Interni e, due anni più tardi, nel 1903, iniziò il suo secondo mandato alla presidenza del Consiglio dei Ministri. È l’inizio della cosiddetta “età giolittiana”. Questo secondo governo si contraddistinse per l’apertura al dialogo con i socialisti e con i sindacati. Nel 1904, quando ci fu il primo sciopero generale della storia italiana, Giolitti si rifiutò di mandare l’esercito. Inoltre, introdusse nuove forme di tutela dei lavoratori e l’aumento salariale. Nel 1905 sostenne la nazionalizzazione delle ferrovie che creò scontenti all’interno dei sindacati e per questo, quello stesso anno, si dimise.

Il doppio volto di Giolitti e il terzo mandato

Come scritto in precedenza Giolitti aprì al dialogo con sindacati e socialisti, dimostrandosi attento alla situazione del Nord Italia, che con le sue nuove industrie chiedeva anche sicurezza sul lavoro e aumenti salariali. Nel Sud Italia invece, la politica di Giolitti fu molto diversa. Il Meridione, agli inizi del secolo, non conobbe quel processo di industrializzazione e quel benessere economico del Nord Italia e Giolitti, agli scioperi, contrariamente a quanto succedeva al Nord, rispondeva con violenza e repressione. Inoltre, la falsificazione dei risultati elettorali grazie all’aiuto della criminalità organizzata gli valsero l’appellativo di “ministro della malavita”.

A partire dal 1906 iniziò il suo terzo mandato. Sono di questo terzo governo una serie di leggi speciali a favore del Sud, che tuttavia vennero affrontate con leggerezza da Giolitti, e le leggi a favore della tutela del lavoro femminile e infantile. Nel 1909 Giolitti presentò le dimissioni per la terza volta e giunse alla fine il suo terzo mandato.

Dalla campagna di Libia alla fine dell’età giolittiana

Il quarto governo di Giolitti iniziò nel 1911 e terminò pochi mesi prima dello scoppio del primo conflitto mondiale. Dopo pochi mesi, nell’ottobre del 1911, fomentato dal movimento nazionalista, Giolitti decise di invadere la Libia (1911-12), mentre in politica interna si espresse a favore del suffragio universale maschile, che venne approvato con la legge del 1912. Al 1913 risale invece il Patto Gentiloni, un accordo che diede maggior libertà politica ai cattolici. Nel 1914 diede nuovamente le sue dimissioni e qualche mese più tardi, con lo scoppio del primo conflitto mondiale si espresse contro l’entrata in guerra dell’Italia.

Nel 1920, due anni dopo il termine della guerra, iniziò il suo quinto mandato. Tuttavia, in un’Italia scossa dai conflitti sociali e politici di quegli anni, la politica liberale attuata da Giolitti non trovò più lo stesso consenso dei mandati precedenti e il suo trasformismo politico si rivelò oramai inutile. Rassegnò le sue dimissioni nel 1921 e, dal 1924, si oppose al governo fascista. Morì a Cavour il 17 luglio del 1928.

Riccardo Malarby

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