Cinema

“One Night in Miami”, l’umanità delle leggende

Il film d’esordio alla regia di Regina King, One Night in Miami, è stato presentato alla settantasettesima edizione del Festival del Cinema di Venezia. Ispirato all’omonima pièce teatrale sceneggiata da Kemp Powers, è stato riadattato per il grande schermo da lui stesso insieme alla regista. Il film vede come protagonisti Kingsley Ben-Adir, che interpreta Malcolm X, Eli Goree come Cassius Clay, Aldis Hodge alias Jim Brown e Leslie Odom Jr. nei panni di Sam Cooke. Una “lettera d’amore”, come piace pensare a Regina King, dedicata all’esperienza vissuta dagli uomini di colore nell’America degli anni sessanta, ma è altrettanto un messaggio di umanità ai contemporanei. Ci troviamo nel 1964, Cassius Clay ha appena battuto Sonny Liston e si incontra per festeggiare la vittoria con i suoi amici.

Come l’attore Eli Goree ha affermato in conferenza stampa, questi uomini “hanno avuto un impatto sull’autostima degli afroamericani”. Forse per la prima volta nella storia della comunità nera in America alcuni di loro iniziavano ad essere considerati, addirittura apprezzati. Malcolm X, leader politico e attivista per i diritti umani, il cantante R&B Sam Cooke, il giocatore di football Jim Brown e forse il più conosciuto di tutti, il boxer Cassius Clay che diventerà poi Muhammad Ali. Delle leggende, degli “Avengers neri”, come li ha definiti Kemp Powers, che nella pellicola vengono mostrati in tutta la loro normale umanità, fatta di dubbi, paure, speranze ed opinioni diverse, di forza e vulnerabilità. Regina King li ha voluti mostrare per chi erano, non per cosa erano, non per l’immagine che il mondo ha di loro:

Sono uomini, prima di ogni altra etichetta si possa mettere su queste persone.

Conferenza Stampa di One Night in Miami - Photo Credits: Biennale Official
Conferenza Stampa di One Night in Miami – Photo Credits: Biennale Official

“One Night in Miami” è attuale

Eppure un’etichetta, purtroppo ma forse per fortuna, questo film se la trascina dietro. Perché è un film fatto, pensato ed interpretato da afroamericani. Non dovrebbe esistere distinzione, non dovrebbe essere importante il colore della pelle dell’artista, ma viviamo in una società in cui, a quanto sembra, è impensabile essere semplicemente uno scrittore, si è uno scrittore nero. E Regina King non è solo una regista, è una regista nera e per giunta donna. E allora in un mondo in cui il colore ha importanza, diamogli un valore, sfruttiamolo positivamente per far trasparire tutto il dolore e la frustrazione di chi è colorato. Questo fa One Night in Miami, riesce a travolgere lo spettatore e a portarlo all’interno di quella camera di albergo dove quattro amici, neri, si ritrovano assaliti dai dubbi per il loro futuro, si interrogano su quale sia il modo migliore per sopravvivere in una società dove se sei nero conti solo se hai potere. Ma indipendentemente dal successo, dall’educazione o dall’intelligenza, dai soldi che puoi avere, dalla persona che sei, verrai sempre giudicato perché hai la pelle che hai.

Il film di Regina King riesce ad imprigionare in quelle quattro mura, nei discorsi di quei quattro uomini degli anni sessanta, tematiche che sono ancora oggi bollenti, che a cinquant’anni da quella serata continuano a lacerare la comunità afroamericana. E siccome sanguiniamo tutti dello stesso colore feriscono anche la società mondiale. Queste icone vengono impiegate per dar voce a tutti i neri, a tutte le diverse opinioni che hanno. Perché come ogni “bianco” ha pensieri e personalità differenti, non è giusto racchiudere i “neri” nei soliti cliché che non rendono giustizia al ventaglio di diversità che esiste, com’è naturale che sia, nella loro comunità. Ma soprattutto, è sbagliato pensare che la disparità di trattamento a cui è sottoposta la comunità nera sia confinata in America. C’è ovunque nel mondo, anche in Italia.

Regina King debutta alla regia - Photo Credis: web
Regina King debutta alla regia – Photo Credis: web

L’arte può spingere il cambiamento

Queste sono le conversazioni che ho nella mia vita quotidiana”, dice Aldis Hodge in conferenza stampa, “Abbiamo l’opportunità di influenzare il progresso, di spingere il cambiamento. Possiamo aiutare la gente a capire queste tematiche. Vorrei aiutare le persone a vedere il dolore della nostra comunità. Un’opera d’arte può contribuire a questo, a creare dialogo”. Subentra poi Leslie Odom Jr. che sottolinea “Non ci siamo approcciati a questo film pensando che avrebbe influenzato la conversazione culturale, eravamo interessati a fare arte. Neri, bianchi, il primo obiettivo da artista è quello di far parte di qualcosa di eccellente, fare qualcosa che ti rende orgoglioso. Il resto viene da sé, ma su quello non hai controllo. Non so se e come il pubblico lo farà entrare nella propria vita, ma questa è la parte di gran valore. Noi diciamo quello che abbiamo da dire, ci esprimiamo, e vediamo se c’è una risposta del pubblico, e quale.

La cosa che più convince di One Night in Miami è la differenza di opinione tra i personaggi, in particolare la diversa importanza che ognuno di loro dà alla libertà politica e alla libertà economica. Quale conta di più, su quale la comunità ed il singolo, afroamericani s’intende, dovrebbe concentrarsi? Non esiste una risposta giusta, non c’era all’epoca e non c’è neanche oggi. Non dovrebbe esistere la scelta, dovrebbero esserci tutte e due. Ma rimane fondamentale chiederselo. Dunque, entrare a far parte del sistema tentando di cambiarlo e farlo evolvere dall’interno, oppure opporsi ad esso, gridare, manifestare per distruggerlo?

Il cast collegato tramite Zoom per la conferenza stampa del film - Photo Credits: web
Il cast collegato tramite Zoom per la conferenza stampa del film – Photo Credits: web

Il diritto di opporsi, di evolvere

Ci sono momenti in cui bisogna lavorare dentro e altre volte che bisogna opporsi”, dice lo sceneggiatore Kemp PowersAnche chi lavora dietro le quinte crea cambiamento, non solo chi organizza manifestazioni”. A volte gridare ed opporsi diventa necessario perché si è raggiunto, se non oltrepassato, il punto di non ritorno. Ma rischia di diventare controproducente sfociando in altro, dando adito a polemiche. Perché chi è dall’altra parte non va a fondo domandandosi per quale motivo chi manifesta è arrivato a farlo. Ci si sofferma su chi cerca solo violenza e caos sfruttando il movimento. Ma dietro ogni manifestazione c’è il sentimento di una comunità, di una identità comune, che ha finito la pazienza. E se ha finito la pazienza, vuol dire che è stata vittima di ingiustizia. Forse sarebbe il momento, a più di cinquant’anni dall’assassinio di Martin Luther King, di iniziare a considerare le persone prima di classificazioni, etichette ed aggettivi vari. L’identità ed il valore di qualcuno non dovrebbe essere ridotto ad un colore.

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Articolo a cura di Eleonora Chionni.

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