Al termine di questa settimana, gli italiani saranno chiamati a esprimersi riguardo ai cinque quesiti incentrati su lavoro, precariato, sicurezza del lavoro e immigrazione proposti dal referendum abrogativo dell’8 e del 9 giugno. Un voto contestato, insabbiato, minimizzato anche dalle più alte cariche dello Stato ma che, qualunque sarà il suo esito, rimane un importantissimo strumento di esercizio della sovranità popolare.

Il termine referendum affonda le sue radici nel latino, e ha origine dal gerundivo neutro sostantivato del verbo referre, ovvero «riferire», e dalla locuzione ad referendum «(convocazione) per riferire». Si tratta di un istituto giuridico attraverso il quale si chiede agli elettori di esprimersi con un voto diretto su una specifica proposta o domanda.

I tipi di referendum

I referendum si distinguono in base al tipo di scopo:

  • propositivi: utilizzati per proporre una nuova legge; vincolano il legislatore a emanare una legge coerente con l’espressione popolare. Sono del tutto assenti nell’ordinamento italiano.
  • consultivi o di indirizzo: vengono usati per ascoltare il parere popolare rispetto a una determinata questione politica; non è vincolante. Non è previsto dalla costituzione italiana e, per indirlo, occorre una legge di integrazione costituzionale.
  • confermativi: richiedono il consenso popolare affinché una legge o una norma costituzionale possa entrare in vigore;
  • abrogativi: usati per abrogare una legge esistente o un atto avente forza di legge che non sarà più vigente nell’ordinamento;
  • deliberativi: si decide in merito ad una determinata questione politica. In questo caso il popolo, in virtù del principio di sovranità popolare riconosciuto dall’articolo 1, comma 2 della Costituzione Italiana, è chiamato a deliberare direttamente.

Uno strumento di democrazia diretta

Dalla nascita della Repubblica, gli italiani hanno votato settantotto quesiti referendari a cui gli italiani. Il primo fu proprio quello istituzionale del 2 giugno 1946, che sancì la fine della monarchia e creò, di fatto, il nostro Paese nella sua forma di governo attuale. Ad oggi, si sono tenuti settantadue referendum abrogativi, uno istituzionale, uno consultivo e quattro costituzionali.

Molte di queste chiamate alle urne si sono rivelate essere tappe fondamentali per plasmare la società odierna. Nel 1974 si svolse il referendum per l’abrogazione della legge Fortuna-Baslini, con la quale era stato introdotto in Italia il divorzio (vinse il no); nel 1981 vennero affrontati temi come il terrorismo e l’aborto. Più di recente, nel 2011, gli elettori hanno manifestato la volontà di porre fine alla produzione di energia nucleare.

Troppo spesso cittadini i cittadini prendono sottogamba l’importanza del referendum, considerandolo un voto di serie B. La classe politica, dal canto suo, tende a promuoverlo o a sminuirlo a seconda del proprio tornaconto. Nel 1991, Bettino Craxi invitò gli italiani ad «andare al mare», anziché alle urne, bollando le votazioni come «un caso di ubriachezza politica molesta». È sempre bene però ricordare a ministri, premier, segretari di partito e istituzioni varie, e soprattutto a noi stessi, che, se quel lontano 2 giugno i nostri ascendenti avessero preferito la cabina di uno stabilimento balneare a quella elettorale, la storia della nostra Italia sarebbe stata del tutto diversa.

Federica Checchia

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