Cultura

“Postpubblico. Lo spettatore culturale oltre la modernità’’: intervista alla Dott.ssa Gloria Bovio

Com’è cambiato il modo di approcciarsi dello spettatore alle arti? In Postpubblico, edito Mimesis per la collana Sguardi pubblici , Gloria Bovio fa luce sull’evoluzione del nuovo spettatore di fronte alle fruizioni culturali, il cambiamento del soggetto nel tempo, e il suo rapporto con la sfera artistica.

Postpubblico, curato dalla Dottoressa Gloria Bovio, è un lavoro in cui confluiscono numerosi contributi di esperti: siamo tutti pubblico di qualcosa, ma di che tipo? Spettatori effimeri, labili e instabili che rientrano in un ben più grande postpubblico. Il saggio affronta il tema della fruizione culturale, in un’analisi che vaglia diversi punti di vista: l’arte digitale, l’editoria, la letteratura mediatica. Postpubblico a cura di Gloria Bovio è una riflessione sulla sfera artistica ma anche sulla psicologia di un pubblico che, inevitabilmente, cambia col tempo.

Postpubblico. Lo spettatore culturale oltre la modernità, Gloria Bovio e l’evoluzione dello spettatore

Postpubblico Gloria Bovio - Photo Credits: Enzo Mancini
Ufficio Stampa e Comunicazione
“Postpubblico. Lo spettatore culturale oltre la modernità”, Gloria Bovio – Photo Credits: Enzo Mancini
Ufficio Stampa e Comunicazione

M.M: In “Postpubblico. Lo spettatore culturale oltre la modernità’’, descrive l’evoluzione dell’arte, dalle prime Avanguardie Storiche a oggi, e così anche il rapporto che il pubblico ha con la sfera artistica; cosa cerca lo spettatore medio nell’arte? È possibile dire che ambisca al riflesso di una sua gratificazione inconscia?

G.B.: Nel momento in cui l’arte e la cultura sono stati accessibili a tutti e non più soltanto a un pubblico d’élite, ogni persona ha avuto la possibilità di essere spettatore culturale seppur con approcci, interessi e coinvolgimenti diversi. A quel punto che fosse lettore o appassionato di altre forme artistiche, lo spettatore ha iniziato a volersi affermare come individuo dotato di talento artistico rispetto alla massa di cui era parte, perché l’uomo per sua natura cerca sempre di superare i propri limiti. Con la fine della modernità e il crollo delle ideologie novecentesche questo processo ha preso velocità coinvolgendo numeri sempre maggiori di spettatori, fino a diventare un fenomeno generalizzato, da cui uno spettatore protagonista – qual è quello contemporaneo – che vuole fare l’artista per affermare la propria identità, raggiungere il successo e gratificare se stesso.

L’arte contemporanea ha incoraggiato questo atteggiamento perché già le Avanguardie di inizio Novecento – e in particolare le sperimentazioni partecipative e performative – provocavano e spronavano lo spettatore a intervenire nell’opera con lo scopo di farlo diventare più consapevole rispetto alla propria condizione sociale e farlo riflettere su questioni importanti della sua vita. A distanza di oltre un secolo oggi il pubblico eredita da quelle esperienze l’aspettativa della provocazione e della partecipazione per cui vuole intervenire nell’opera anche quando non è richiesto, perché quello che gli preme davvero è distinguersi rispetto alla moltitudine che lo circonda.

Pubblico contemporaneo, arte digitale e cambiamenti moderni

M.M.: Oggi è l’epoca dell’arte digitale: è cambiato l’artista, ma lo spettatore in cosa si diversifica da quello di un tempo?

G.B: Sostanzialmente il pubblico contemporaneo è diventato un co-creatore di opere digitali che crea e immette in rete foto, video, musica e altri contenuti. Questo significa che tra chi produce e chi fruisce non c’è  più una separazione netta, ma una vera e propria commistione di ruoli. Significa che le persone sono passate dall’essere spettatori tradizionali a navigatori del web, fino a diventare più recentemente produttori di contenuti mediali attraverso siti, blog e social. La maggior parte di loro semplicemente si scambiano o caricano sui social immagini e video personali, ma ce ne sono altre che fanno molto di più come realizzare tutorial, cortometraggi o formare comunità immateriali di produzione collettiva.

In queste comunità unite da passioni e interessi comuni si collabora e si sperimentano nuovi modelli di partecipazione da cui contenuti che possono avere rilevante valore culturale. Queste collaborazioni danno vita alla cultura partecipativa, fenomeno destinato a crescere e che potrebbe avere applicazioni in diversi ambiti. Wikipedia è l’esempio più noto di come la cultura partecipativa possa generare contenuti significativi e di grande utilizzo nella nostra ricerca di informazioni, ma ci sono anche altre comunità che vedono le persone lavorare insieme nella creazione di contenuti, ad esempio quelle che riuniscono gli appassionati di una serie tv o che collaborano con i musei.

Postpubblico, Gloria Bovio: la pandemia e la percezione del pubblico

M.M.: Il fenomeno pandemico quanto ha inciso sulla percezione del pubblico e sulla fruizione artistica dell’arte e della cultura in generale?

G.B.: Moltissimo, ricordiamoci che fin da subito i luoghi della cultura sono stati chiusi e il pubblico non ha più potuto partecipare a nessun tipo di esperienza collettiva in presenza. Tutto questo ha colpito pesantemente il mondo della cultura e non parlo solo da un punto di vista economico. Chiudendo subito tutto – ricordiamoci che nel primo lockdown sono rimaste aperte le ferramenta ma non le librerie – è passato un messaggio errato sul significato e sul valore della cultura. È stato come non considerare la cultura un bene di prima necessità, come fosse un’attività marginale di cui si possa fare a meno. Siamo stati il primo paese a chiudere le scuole e l’ultimo a riaprirle e questo spiega molte cose delle politiche culturali del nostro Paese. Quando il governo di allora ha affrontato il tema degli artisti ricordo di aver sentito questa espressione: “gli artisti che tanto ci fanno divertire”.

Davvero è questo che fanno gli artisti? Ci fanno divertire? Ci intrattengono? È questo lo scopo dell’arte e della cultura? Tutti si sono lamentati di quanto il lockdown abbia messo in ginocchio economicamente gli operatori della cultura e questo è verissimo. Ma pochi sono andati oltre, pochissimi hanno detto che la cultura è un bene primario che fa stare bene le persone, che se ne prende cura, che abbatte le barriere e contrasta le differenze sociali. E che se cinema, teatri, biblioteche restano chiusi c’è un pubblico di persone fragili che già prima accedevano con difficoltà alla cultura che ora rischiano di rimanere persi per sempre.

Postpubblico, Gloria Bovio: l’evoluzione della produzione letteraria moderna

M.M.: Cultura è ormai sinonimo di numeri: lei, in Postpubblico, cita l’esempio di un’editoria sempre più propensa a soggetti popolari che recano “traffico’’ eventuale alle case editrici. Si potrebbe affermare che, oggi, la maggioranza della cultura letteraria è ormai ‘’letteratura mediatica’’?

G.B.: La maggior parte della produzione letteraria sta andando in questa direzione, va dove il pubblico generico vuole andare e non lo incoraggia a crescere. Non cerca di elevare il pubblico, ma si adatta per far si che tutti possano comprare e leggere un libro senza fatica. E questo atteggiamento non fa bene al pubblico. Ma è pur vero è che fino a pochi decenni fa la maggior parte delle persone non leggeva, quindi in questa prospettiva meglio rapportarsi con un prodotto facile dell’industria culturale che non leggere affatto. Resta il fatto che andrebbero attivati dei processi di accompagnamento del pubblico non tanto per fargli comprare libri, quanto per farlo andare in biblioteca e crescere culturalmente.

La cultura, le logiche di mercato e le esigenze del pubblico

M.M.: La cultura si è adattata alle logiche di mercato: questo significa che si è abbassato il livello dell’offerta o si è di fronte a uno spettatore che auspica altri tipi di coinvolgimenti artistici?

G.B.: Non sempre la cultura si adatta alle logiche di mercato e quando succede – se è vera cultura – lo fa in modo intelligente senza abbassarsi di livello. Certamente cerca di andare incontro alle esigenze del pubblico e queste esigenze negli ultimi anni sono molto cambiate. Come dicevo lo spettatore vuole andare oltre il proprio ruolo contemplativo perché lo considera passivo, anche se non è così. Nel caso del teatro ad esempio lo spettatore che resta seduto in poltrona con la sua sola presenza fisica partecipa all’evento teatrale. Attraverso un sospiro, un gesto più o meno involontario, uno sguardo attento o al contrario annoiato trasmette un messaggio agli attori che sono sul palcoscenico condizionando la scena. Resta il fatto che oggi il pubblico non accetta un ruolo spettatoriale puramente contemplativo, ma vuole un coinvolgimento fisico più diretto, ancor meglio un coinvolgimento artistico.

Postpubblico, Gloria Bovio: una cultura che vuole educare o intrattenere

M.M.: Se ormai si è più consumatori di prodotti culturali, significa che il pubblico subisce una sorta di manipolazione indiretta nelle scelte dell’industria del mondo della cultura?

G.B: È un discorso articolato. Da un lato c’è il mondo della cultura che vuole educare il pubblico, dall’altro l’industria culturale che si occupa di intrattenere il pubblico con prodotti culturali e paraculturali. In questo quest’ultimo caso noi siamo consumatori spinti da logiche di mercato e inevitabilmente siamo manipolati nelle nostre scelte dall’industria che ci porta ad acquistare prodotti di facile e immediato consumo per poi indurci all’acquisto di altri subito dopo. Oggi poi che siamo tracciati e si sa tutto di noi può essere estremamente facile manipolare i nostri acquisti. Per questo è importante educare il pubblico, dare allo spettatore gli strumenti che gli diano consapevolezza nelle proprie scelte e questo è il lavoro che devono fare le istituzioni culturali.

Lo spettatore e la sua evoluzione: il pubblico nel mondo della cultura ieri e oggi

M.M: Come e in cosa è cambiata, invece, la partecipazione del pubblico nel mondo della cultura di oggi rispetto al passato?

G.B.: Come ho scritto non c’è un più un unico pubblico ordinato e massificato, ma un insieme di pubblici eterogenei anche al loro interno, una moltitudine di individui che mantengono vive le loro unicità e insieme costituiscono un grande “Postpubblico”. Siamo individui che esprimono costantemente la propria opinione – con gli eccessi che questa libertà comporta – che per proteggersi dall’incertezza e dalla precarietà contemporanea cercano rifugio concentrando ogni attenzione su di sé. In quanto “postspettatori” le persone non si accontentano di stare a guardare, vogliono molto di più, vogliono andare oltre il loro tradizionale ruolo per partecipare fisicamente alla cultura, emergere dalla moltitudine che li circonda e uscire dall’anonimato. E il modo migliore per farlo è diventare artisti. Non è più sufficiente partecipare al completamento dell’opera come succedeva nelle performance e gli happening del Novecento.

Le persone vogliono passare dalla parte di chi realizza l’opera, piuttosto che restare da quella di chi semplicemente la fruisce. In questo le nuove tecnologie e i social ci hanno aiutato molto perché ci hanno reso molto performativi e ancor più disinvolti nella mostrazione di noi anche nel rapporto con l’opera che abbiamo di fronte. Ne sono una prova l’entusiasmo generalizzato a partecipare agli opening e a tutti quegli eventi unici che possono dare alle persone visibilità immediata attraverso i social. Un altro esempio è la pratica dei selfie al museo o nelle città d’arte fatti per tracciare la testimonianza del nostro passaggio e della nostra esistenza.

Stella Grillo

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Stella Grillo

Io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere. (Quando contano, naturalmente.) Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all'altra. Mi chieda pure quello che vuol sapere e glielo dirò. Ma non le dirò mai la verità, di questo può star sicura. Italo Calvino
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