Dopo Annamaria Bernardini de Pace, anche il suo assistito ed ex genero Raoul Bova denuncia Fabrizio Corona. Dopo alcuni audio privati che l’attore ha inviato all’amante Martina Ceretti e che l’ex paparazzo ha ricevuto e diffuso durante una puntata del suo programma Falsissimo. 

Un reato punito con una pena massima di tre anni carcere e che Bova ipotizza nella sua querela contro il fotografo che si aggiunge a quella presentata (per la sola diffamazione) dall’avvocata Annamaria Bernardini de Pace. A sostegno di questa contestazione, nell’atto firmato dall’avvocato David Leggi viene valorizzato un dato finora inedito: l’incitamento di Corona a far circolare i messaggi con una inequivocabile esortazione fatta sul suo canale Telegram. Sotto l’intestazione — IL VOCALE DI RAOUL BOVA (Che sfigato)—, eccone il testo, di cui nella querela viene prodotto anche uno screen shot: «Condividetelo con i vostri amici raga, così normalizziamo un po’ questo “VIP”, che non sono più fighi di voi». Poi il rimando alla sua piattaforma social.

Bova e il suo legale non hanno dubbi su come valutare quella che definiscono «la scellerata condotta di Corona». La finalità del profitto «appare innegabile», sia perché i canali social di Corona sono a pagamento (bisogna abbonarsi) sia perché nelle sue pagine web ci sono le inserzioni pubblicitarie «che, come ovvio, legano il ritorno economico per “l’ospite” alle visualizzazioni dei contenuti dallo stesso pubblicati». 

Durissima la risposta di Corona. «Questa storia secondo cui Raoul Bova sarebbe caduto in una trappola è una bufala clamorosa creata con l’unico intento di proteggere quel babbo di m…di Raoul Bova che già da cinque anni tradiva la sua compagna, e di salvare la sua immagine, facendolo passare per la brava persona che non è».

Corona nel suo lungo post rivolgeva una dura critica anche all’avvocato: «Dopo aver infangato Bova con una lettera vergognosa, ora lo difende per salvare i suoi nipoti, i loro soldi e per vendicarsi della donna che lo ha portato via dalla sua famiglia», Rocío Muñoz Morales.