La sparatoria avvenuta nella mosche di San Diego, in California, si è rivelata un’azione carica d’odio, proprio come ipotizzato dal principio. Le autorità riferiscono che i due adolescenti artefici del crimine, rispettivamente di 17 e 18 anni, si sono conosciuti online. Solo in seguito, scoprendo di abitare nella stessa città, hanno deciso si incontrarsi di persona. I due ragazzi sembrano si siano avvicinati per la loro radicalizzazione online e una visione del mondo simile, intrisa di odio. Mark Remily, dell’FBI, ha dichiarato in conferenza stampa: «Questi soggetti non facevano distinzione su chi odiare».
Il retroscena della sparatoria avvenuta nella moschea a San Diego
Il quadro emerso grazie agli elementi esaminati presenta una visione allarmante. La sparatoria, così come le modalità, il “manifesto” trovato e la lettera d’addio lasciata da uno dei ragazzi hanno suggerito alle autorità una possibile influenza da parte di altri autori di stragi di massa. Uno tra questi potrebbe essere l’esecutore dell’attacco che, in diretta streaming, ha aperto il fuoco in una moschea di Christchurch, in Nuova Zelanda nel 2019. Il più giovane Cain Clark e il diciottenne Caleb Vazquez hanno scelto di girare un filmato di circa 10 minuti in cui riprendono la sparatoria che un sito web di contenuti analoghi ha già ampiamente condiviso, riporta la CBS.
L’attacco ha causato la morte di tre persone, tra cui una guardia di sicurezza lodata per essere riuscito a salvare altre vite. Il video mostrerebbe, oltre armi ed equipaggiamenti contrassegnati ad adesivi neonazisti, anche il diciassettenne, in tenuta mimetica, mentre spara a Vazquez prima di togliersi la vita. Nella lettera d’addio, infatti, era stata espressa la volontà di morire per la causa che stavano portando avanti, riferiscono le autorità. Inoltre, queste ultime hanno affermato che i ragazzi avevano accumulato 30 armi da fuoco e una balestra sottratte ai genitori di uno dei ragazzi.
La prima segnalazione
Il primo allarme è scattato intorno alle 9:40 di lunedì mattina, quando la madre di uno di loro ha prontamente chiamato il 911. La donna temeva che il figlio, che indossava una tuta mimetica, potesse suicidarsi poiché erano sparite diverse armi da fuoco e il suo veicolo. L’informazione, pur facendo scattare l’allerta minaccia, non ha fornito indicazioni specifiche che potessero indicare il luogo in cui erano destinati. A distanza di due ore da quella telefonata, i due ragazzi hanno aperto il fuoco alla moschea. Dopo l’attacco si sono diretti entrambi in una scuola che, in quel momento, ospitava oltre 100 bambini. Amin Abdullah, la guardia dell’edificio, fortunatamente ha attivato l’allarma di lockdown. Non sapendo cos’altro fare, i due assalitori sono usciti dalla moschea, hanno sparato a due uomini nel parcheggio e si sono rimessi in moto, continuando a sparare dal finestrino dell’auto.
Stefania Cirillo





