“Prima di intraprendere il viaggio della vendetta, scava due fosse”, dice un proverbio, attribuito -forse impropriamente- a Confucio. Questa frase, in qualche modo, riassume alla perfezione il significato più intrinseco di Scarlet, il nuovo film di animazione scritto e diretto da Mamoru Hosoda (Belle, The Boy and the Beast).

Il regista ha impiegato quattro anni per realizzare la pellicola, estremamente complessa dal punto di vista tecnico e narrativo. La vicenda si apre nel Regno di Danimarca, dove si sta consumando la più classica delle tragedie shakespeariane: Hamlet. La storia la conosciamo tutti: il malvagio Claudio fa uccidere suo fratello, il re Amleto, sposandone la vedova, Gertrude. A fare le veci del principe danese, protagonista dell’opera del Bardo, è la principessa Scarlet, figlia del defunto sovrano, che vota la sua intera esistenza al desiderio di vendicare il delitto dello zio.

Due facce della stessa medaglia: Scarlet e Hijiri

Inizia così un viaggio che la porterà in una nuova dimensione, a metà tra l’inferno dantesco e gli Inferi. Durante il cammino, la giovane combattente fa la conoscenza di Hijiri, un paramedico proveniente dal Giappone dei giorni nostri, che la segue con l’intento di arginare i suoi propositi di rivalsa.

Si instaura, così, un rapporto che vede i due giovani in antitesi: tanto lei elimina a fil di spada qualsiasi antagonista le si pari davanti, quanto lui si ferma a medicare. Scarlet ferisce, uccide, distrugge; Hijiri tampona, ricuce, cura. Intorno a loro, un intreccio spazio-temporale di epoche diverse che faticano a dialogare tra loro ma che, come nel caso della variegata carovana alla quale si uniscono temporaneamente, in qualche modo ci riescono, grazie alla gentilezza, alla musica e al reciproco rispetto.

Il canto di pace di Mamoru Hosoda

Con il suo approccio pacifico, il giovane giapponese mina, pian piano, la granitica corazza che Scarlet ha costruito intorno a sé, animata solo da una sanguinaria ferocia. Cantandole una canzone d’amore, la trasporta idealmente in un’altra dimensione, in un altro tempo, nel quale la principessa vede un’altra sé, più felice e leggera, che si concede un ballo (palesemente ispirato a La La Land), accantonando per un momento i suoi brutali propositi.

Si muove, Scarlet, in questo spazio liminare in cui le anime restano in attesa di dissolversi o di trovare la pace, ma il suo passo è sempre più incerto. Attraverso paesaggi suggestivi e curati in ogni minimo dettaglio, a testimonianza della schiacciante superiorità dell’animazione giapponese, la versione femminile del principe di Danimarca si scontra con una miriade di storie e di persone diverse, che fanno vacillare sempre più i suoi intenti. Catartico è il suo dialogo con una bambina che le spiega come, se fosse una principessa, farebbe in modo di porre fine a ogni guerra, e proverebbe a costruire un mondo in cui “i bambini non sono costretti a morire”. S’insinua, così, in Scarlet, l’idea del perdono: un pensiero silenzioso, inizialmente scansato, ma poi sempre più battente nella sua testa.

“Scarlet”, la recensione del film: la vendetta è un’arma a doppio taglio

Presentando il lungometraggio all’ultima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il regista aveva spiegato il suo progetto con queste parole: «All’inizio volevo creare un film sulla vendetta, mostrare al mondo questo tipo di storia. Desideravo, però, introdurre anche il concetto del perdono, una cosa che non si vede sempre nel cinema contemporaneo. Volevo creare due mondi e due linee temporali, una presente e una medievale, che mi ha permesso di narrare una storia più complessa. Mi sono ispirato a Dante Alighieri; nella Commedia c’erano personaggi di ogni epoca, che creavano dei cicli temporali legati tra loro, e ho voluto fare qualcosa di simile».

Hosoda si appropria dell’archetipo shakespeariano, ma lo rilegge attraverso i linguaggi isekai, ovvero narrazioni tarate su realtà parallele e intersecate tra loro (come nel film Your Name), per parlare di pace. Voler punire un torto subito, specie se grave come l’omicidio di un genitore, è più che comprensibile ma, salvo un’iniziale soddisfazione, è un cammino logorante, che indebolisce il corpo e svuota l’anima. La vendetta è una gabbia dorata, che concede un appagamento temporaneo, ma incastra il dolore, lo indurisce come pietra, lo trasforma in una rabbia cieca e autodistruttiva. L’unica soluzione, per quanto difficile da accettare, è scegliere la via proposta da Hijiri: fermare l’emorragia, suturare le ferite, perdonare l’altro e, in questo modo, se stessi.

Federica Checchia