Dopo anni di arresti, sparizioni e massacri, l’odio nei confronti del regime oppressivo e violento al potere in Iran era sfociato, per molti cittadini, in una rabbia così disperata da far credere loro alla promessa di Donald Trump che gli Stati Uniti sarebbero “venuti in loro soccorso”. Adesso, però, dopo due settimane di guerra, la fiducia nei confronti del tycoon è decisamente crollata.
«Anche loro mentono! Mentono esattamente come il regime ha fatto per anni», ha spiegato Amir, uno studente dell’Università di Teheran, al Guardian. «Siete uno peggio dell’altro». Il manifestante anti-regime aveva sperato un maggiore intervento da parte di Stati Uniti e Israele, specialmente dopo l’uccisione della Guida Suprema, Ali Khamenei. Eppure, il regime resiste: il figlio dell’Ayatollah ha preso il posto del padre, e nulla sembra essere di fatto cambiato.
«Siamo tesi. Siamo davvero tesi», ha detto Amir. «La morte di Khamenei ci ha lasciato con questo strano senso di vuoto. Come se ora fossi costretto a pensare al futuro, che in questo momento sembra così caotico. Non abbiamo mai avuto la possibilità di guardarlo negli occhi. È morto così, all’improvviso? Senza dover affrontare la giustizia per quello che ci ha fatto?».
Il “tradimento” di Trump verso gli iraniani anti-regime
Per lui, il punto di svolta (in negativo) sono stati gli attacchi israeliani contro i depositi di carburante a Teheran la scorsa settimana. Un bombardamento ha centrato il deposito petrolifero di Shahran, che ha avvolto la capitale in una coltre di fumo nero. In seguito, una pioggia di petrolio tossico ha ricoperto alberi, case e automobili circostanti.
«Credo sinceramente che gli Stati Uniti e Israele non abbiano un piano. Speravo ancora di sbagliarmi, ma l’attacco di Shahran ha cambiato il mio modo di vedere questa guerra», ha affermato. «Se l’obiettivo è colpire il regime, anche se si pensa che questi depositi fossero usati dal regime, dove si traccia il confine? Che ne sarà di noi, i comuni cittadini iraniani? Noi dipendiamo da queste infrastrutture civili. Perché privarci della capacità di governare in futuro? Chi può ricostruire delle rovine?»
Amir ha dichiarato di vivere in costante ansia per il timore che l’Iran «si trasformi in un altro Iraq», un Paese invaso dagli Stati Uniti nel 2003, che promise la libertà alla popolazione, ma che invece portò alla guerra civile. Anche i leader israeliani, in passato, hanno incitato i palestinesi di Gaza e il popolo libanese a ribellarsi all’oppressione, per poi ucciderli in massa. «Ho il cuore a pezzi. Non ho più lacrime. Solo rabbia, e ancora rabbia. Verso questo regime, e verso di loro».
Federica Checchia





