La commissione elettorale della Siria ha posticipato al 5 ottobre le prime elezioni parlamentari dalla fine del regime di Bashar al Assad. Inizialmente, le votazioni erano previste a settembre a Sweida, teatro di scontri a luglio tra combattenti drusi e tribù beduine sunnite, nonché nelle province di Hasaka e Raqqa, in parte controllate dalle Forze democratiche siriane curde; in seguito, erano state rinviate.

Si prevede che la nuova assemblea getterà le basi per un più ampio processo democratico dopo la destituzione dell’ex presidente Bashar al-Assad lo scorso dicembre, dopo quasi quattordici anni di guerra civile.

Elezioni in Siria: la democrazia è ancora lontana

Il popolo siriano, tuttavia, non potrà votare, a causa dei poteri autoconferitisi da presidente ad interim Ahmad al Sharaa, ex leader degli insorti islamisti di Hayat Tahrir al Sham, attraverso una Costituzione provvisoria approvata lo scorso marzo. A nominare un terzo dei duecentodieci deputati sarà lui stesso; dei comitati elettorali -la cui formazione è influenzata da persone nominate dal presidente- selezionerà i restanti due terzi. L’attuale governo sembra essere sempre più autoritario, ma ha giustificato le sue decisioni appellandosi agli sfollati interni e al precario equilibrio delle istituzioni.

I comitati individueranno su base territoriale, per ognuno dei sessantadue distretti, i membri di un collegio elettorale che poi dovrà nominare i parlamentari. Su una popolazione da ventiquattro milioni di abitanti, si stima che i votanti saranno circa settemila.

Federica Checchia