Il lancio di Rini, la linea di prodotti per la cura della pelle destinata per la skincare per bambini promossa dall’attrice Shay Mitchell, ha acceso un dibattito tra pubblico ed esperti. Presentata al mondo come un modo per insegnare ai più piccoli l’importanza di prendersi cura di sé in modo “divertente, delicato e sicuro”, la proposta di maschere e pomate per la pelle dei bambini scatena non poche preoccupazioni toccando temi che vanno dagli aspetti dermatologici a quelli psicologici e di consumismo.
La fragilità della pelle e l’inutilità dermatologica
La critica principale viene mossa dagli esperti, e riguarda la totale inutilità di una skincare routine per la pelle in età prescolare e scolare. La pelle di un bambino, infatti, ha esigenze basilari che si limitano a una detersione delicata ed in caso di specifiche condizioni, ad un’indispensabile protezione solare. L’uso di prodotti aggiuntivi dunque, come le maschere idrogel proposte da Rini, non solo è superfluo, ma può innescare anche delle problematiche. Fino all’adolescenza, il filo idropico della pelle è più sottile e il microbioma cutaneo è ancora in fase di maturazione, ed anche i prodotti “gentili” senza retinolo, rischiano di alternare questo delicato equilibrio.

Impatto psicologico, la skincare per bambini è un gioco di apparenze imposto dagli adulti?
Al di là delle valutazioni strettamente dermatologiche, possiamo pensare a quanto questo fenomeno possa essere emblematico di una tendenza più grande, quella dei cosiddetti “sephora kids”, che solleva serie criticità di natura psicologica e culturale. L’introduzione di rituali di bellezza fin dalla tenera età veicola un messaggio insidioso, ovvero che sia necessario curare la propria apparenza per essere accettati o per presentarsi al meglio. Sembra un precoce invito all’ossessione per l’aspetto esteriore che può interferire negativamente nel delicato processo di costruzione dell’identità. L’enfasi della skincare come necessità quotidiana in un momento di sviluppo, rischia di promuovere insicurezza e ansia prestazionale legata all’immagine del corpo, trasformando ciò che viene definito gioco come una potenziale forma di disagio.
Inoltre, questa operazione di marketing è percepita da molti come una chiara manovra consumistica che sfrutta la crescente esposizione dei bambini ai contenuti social. I bambini infatti, sono costantemente esposti sui canali social dei genitori o familiari e la skincare, diventa così, un’attività di performance, un elemento visivo che simula un’età adulta con il fine di ricevere approvazione e interazioni online. Questo meccanismo di validazione digitale, spinge i marchi a targettizzare le fasce d’età dei più giovani, anzi, dei bambini. Forse è il caso di riflettere se stiamo cercando il meglio per i nostri figli o se stiamo sostituendo il gioco e lo sviluppo spensierato con l’imposizione di una performance estetica che appartiene unicamente al mondo degli adulti.
Margherita Pellegrino





