Squid Game, la serie sudcoreana diventata un fenomeno globale, è giunta alla sua conclusione. Mentre, proprio in queste ore, milioni di spettatori stanno guardando gli episodi della terza e ultima stagione, disponibili da questa mattina su Netflix, inizia già a farsi largo una leggera sensazione di vuoto, legata alla consapevolezza di star perdendo non solo un piccolo gioiello della serialità, ma anche uno spunto di riflessione crudele e realistica dei nostri tempi.

A primo impatto, l’opera scritta, diretta e ideata da Hwang Dong-hyuk attrae per la sua trama brutale e adrenalinica, per la bellezza della fotografia, per la bravura degli interpreti, attraverso i quali percepiamo sulla nostra pelle tutta la paura e l’orrore dei giochi al massacro che i personaggi devono affrontare. Squid Game, tuttavia, è molto più di un valido prodotto televisivo. Proprio come nel caso di altre serie e film provenienti dalla Corea del Sud -uno su tutti, il premio Oscar Parasite– ci troviamo di fronte a una denuncia sociale e culturale in grado di aprire gli occhi su molti aspetti della nostra realtà.

Squid Game: l’eterna scissione tra ricchezza e povertà

I Vip di Squid Game

L’industria dell’intrattenimento sudcoreana è conosciuta a livello mondiale per il K-pop e per i drama, oltre che per una manciata di serie che hanno attirato l’interesse dei fruitori occidentali, da Sweet Home ad Avvocata Woo e a The Glory, liberamente ispirata al romanzo Il Conte di Montecristo. Concettualmente, Squid Game è molto più vicino alla pellicola giapponese Battle Royale o alla saga statunitense di Hunger Games, eppure si discosta anche da loro.

A fare la differenza, è il focus esplicito e insistente sulle diseguaglianze di classe nel contesto della Corea dei giorni nostri. Nel telefilm, un gruppo di concorrenti, tutti indebitati fino al collo, si ritrova a competere in una serie di giochi per bambini, ma con un macabro risvolto: chi perde, viene freddato sul posto. L’aumento degli eliminati corrisponde all’aumento del montepremi, rappresentato graficamente in un enorme salvadanaio che penzola sulle teste dei sopravvissuti, costretti a questo supplizio di Tantalo e scissi tra il bisogno di quel denaro, che garantirebbe loro la tranquillità economica, e l’istinto di sopravvivenza.

Mentre i partecipanti lottano per la vita, una ristretta cerchia di miliardari annoiati, chiamati Vip, assistono alla carneficina, scommettendo, facendo il tifo e simpatizzando per questo o quel giocatore, come se non si trattasse di esseri umani. La discrepanza tra le classi meno abbienti -obbligate a combattere per la sopravvivenza- e l’élite, che vive l’esperienza come un puro diversivo per scacciare l’uggia di un’esistenza priva di problemi, è netta, ed è ancora più spietata di una partita a Red Light, Green Light.

Il mondo di oggi, tra orrore e lotta di classe

Red Light, Green Light

La serie non ha paura di squarciare il velo di Maya, e affonda i denti nella ferocia nascosta di un Paese che contribuisce ad arricchire, o riduce in miseria. Nel secondo episodio della prima stagione, chiamato non a caso Inferno, i personaggi fanno ritorno alla loro quotidianità, dopo aver scelto di interrompere il gioco. Le condizioni disumane e i debiti, tuttavia, li spingono a tornare sull’isola degli orrori, nonostante abbiano già sfiorato la morte nel primo round.

Il protagonista Gi-hun, disoccupato e ludopatico, tenta di sbarcare il lunario per poter pagare le spese mediche di sua madre, anziana e malata, e per offrire un futuro a sua figlia; in seguito, si scoprirà che a lasciarlo al verde è stata la perdita del lavoro di dieci anni prima. Il regista Hwang Dong-hyuk ha modellato il personaggio sugli organizzatori dello sciopero realmente accaduto nello stabilimento Ssangyong Motors del 2009, terminato nel sangue e nella repressione violenta. Anche allora -e in questo caso parliamo di reali vite umane- lo Stato non ha salvaguardato gli ultimi, ma i potenti, proprio come in Squid Game.

Squid Game racconta l’ipocrisia di una società spietata

Squid game
Una scena di Squid Game

L’economia coreana si basa sui chaebol, ovvero su conglomerati aziendali nelle mani di poche famiglie privilegiate. Proprio per questo, i giovani hanno coniato un’espressione che ben descrive questa realtà opprimente e dalle opportunità limitate: L’inferno Joseon. Il termine si riferisce all’antica dinastia, rigida e gerarchica. Una casta che la repubblica avrebbe dovuto smantellare anche a livello ideologico, ma che appare ancora radicata nelle intenzioni di chi è al comando.

È una società -sudcoreana e globale- ben strutturata e funzionante soltanto in superficie, quella raccontata da Squid Game. Un ingranaggio apparentemente perfetto, ma che continua a incepparsi senza pietà sul lato umano. E questo, in fondo, fa ancora più paura di un gioco in cui si vince o si muore.

Federica Checchia

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