La Compagnia berlinese mette in scena un’Opera e ce la lascia gustare da dietro le quinte.
Si arriva in sala (Sala Umberto) e lo spettacolo è già cominciato o, almeno, questo è l’intento dei Familie Flöz. I tre attori (Andres Angulo, Johannes Stubenvoll e Thomas van Ouwerkerk) noti in tutto il mondo per la creazione dei loro personaggi mascherati, questa volta sono “travestiti” da tecnici di palcoscenico: mise nera, giacchettoni multi tasca, cacciaviti, martelli, prolunghe elettriche e riflettori: ma senza maschere! Il pubblico casca nel tranello: infatti senza le famose maschere calzate in testa i tre attori sembrano dei veri tecnici, in ritardo per giunta, che si apprestano a definire la scenografia prima che il teatro dia l’ok per l’inizio.

Ci cascano tutti, infatti qualche commento (“stanno ancora a montà, quasi quasi vado a fumà…”) fa cascare nel gioco gli ignari spettatori che attendono i mascheroni arcinoti. Durante questo prologo però, abbiamo il tempo di entrare in quello che sarà Teatro Delusio, abbiamo il tempo di notare che davanti ai nostri occhi c’è un retropalco con tanto di quinte e attrezzeria, un flight case enorme e la porta di ingresso al teatro.

Serve il messaggino registrato del teatro per annunciare che lo spettacolo sta iniziando (in modo canonico) e finalmente la platea si zittisce. Proprio i tre tecnici-attori, di spalle, mentre sbirciano attraverso le quinte posizionate sul fondo, staccano la spina alla normalità e ci introducono nella magia del teatro, del loro originale modo di fare teatro.

Ed eccoli i mascheroni: il primo “personaggio” è un fantasmino vestito di bianco, agito dai tre uomini come un burattino; un attore manovra la testa e gli altri due prestano le rispettive mano destra e mano sinistra per far vivere e animare la maschera. Il momento è misterioso, avvolgente, poetico. Una bolla silenziosa investe la platea, qualche risata affettuosa, qualche faccia stupita e poi, dopo l’inchino dell’ectoplasma mascherato, ecco che appaiono i Familie Flöz e i loro (attesissimi) personaggi mascherati.

La trama dello spettacolo sarà confusa: parlo di intreccio e sviluppo dei personaggi. È chiarissima invece la matrice meta teatrale che inscatola il tutto. Assistiamo alle vicende di tre tecnici teatrali (mascherati, naturalmente) durante lo svolgimento di un’Opera (presumibilmente Gianni Schicchi di Giacomo Puccini, dato che ne ascoltiamo l’aria più famosa – O mio babbino caro – durante il commiato per un povero furetto ucciso per sbaglio da uno strampalato tecnico). La giornata lavorativa dei tre tecnici, uno grasso, uno smilzo e uno basso (sembra l’incipit di una becera barzelletta) si avvinghia all’avvicendarsi di altri infiniti personaggi che dalle quinte (luogo di rappresentazione) entrano in scena per realizzare l’Opera di cui sentiamo ma non vediamo nulla.

Il trasformismo dei Familie Flöz è eccellente, nel giro di qualche battito di ciglia (e non è eufemistico) si avvicendano sulla scena un’intera orchestra filarmonica con tanto di direttore d’orchestra, l’attore protagonista, la cantante d’Opera (della quale seguiremo il corteggiamento di uno dei tecnici, quello grasso), i ballerini e le ballerine, gli attori dell’intermezzo e ancora il direttore del teatro, la parrucchiera, la donna delle pulizie e l’attore ribelle. Insomma, il trantran oscuro per il pubblico che assiste agli spettacoli ignaro di quello che avviene dietro.

Sono eccellenti, inoltre, le capacità lazzistiche di chiara matrice da Commedia dell’Arte dei tre interpreti oltre alle indiscutibili doti clownesche e acrobatiche. Tutto fila perfettamente, apparizione dopo apparizione e sparizione dopo sparizione. Il pubblico si diverte, si emoziona e partecipa (reo di essere trascinato al gioco dalle maschere, quasi sempre rivolte alla platea nei momenti in cui la partecipazione è resa parte in causa dello spettacolo).

A mio avviso, il parallelismo tra l’Opera comica Gianni Schicchi e Teatro Delusio può stare in piedi, anche se non cercata o dichiarata. L’Opera dei Familie Flöz “ruba” solo tematica e macchinazione a Puccini, ma è un furto innocente, che si può perdonare. Bravi davvero questi doppiogiochisti camaleontici berlinesi a far credere, con armi apparentemente povere e letterariamente assenti, che sul palco ci siano una ballerina d’Opera o un primo violino o che il Conte Dracula si immedesimi nelle sembianze aggressive di un istruttore di ballo. È un gioco questo teatro! E come tale può permettersi di intrattenere, sfiorando emozioni, senza pretese più alte, non servono. Bastano gli attori.

Anche se vanno a scomodare Gaston Leroux e il suo Fantasma dell’Opera quando manovrano il burattino vestito di bianco che s’inchina, come all’inizio, prima che lo spettacolo si completi. A differenza di Hotel Paradiso tralasciano, in questo spettacolo, il mordente emozionale, la lacrimuccia, di cui però non se ne sente la mancanza. Meglio ridere e sorridere, meglio esaltare l’opinione della libertà, meglio dimenticare la tristezza, per un attimo, visto i tempi che corrono e la cultura che (a Roma più che mai) brucia!

Roma, Teatro Sala Umberto, 5-17 novembre 2019
TEATRO DELUSIO
UN’OPERA DI FAMILIE FLÖZ
di Paco González, Björn Leese, Hajo Schüler e Michael Vogel
con Andres Angulo, Johannes Stubenvoll, Thomas van Ouwerkerk
Musica Dirk Schröder | Maschere Hajo Schüler | Costumi Eliseu R. Weide | Disegno luci Reinhard Hubert
Direttore di produzione Gianni Bettucci | Assistente di produzione Dana Schmidt
Regia di MICHAEL VOGEL
Produzione di Familie Flöz, Arena Berlin e Theaterhaus Stuttgart





