Come può l’amore continuare a vivere in un mondo in cui nulla sopravvive? Come può un uomo che non ha mai amato iniziare a farlo in un tempo in cui non ci si fida neanche di sé stessi?

Se il secondo episodio di The Last of Us per certi versi era riuscito a superare il primo come impatto narrativo ed emozionale, il terzo raggiunge una nuova vetta: riesce a modellare il materiale originale del videogioco, a farlo suo e oseremmo dire a superarlo.

The Last of Us: l’amore quando non si sa amare

L’episodio non si apre come gli altri due con un flashback, ma è l’episodio stesso ad esserlo: ci distacchiamo per larga parte della puntata dai nostri due protagonisti per seguire la storia, apparentemente slegata, di Bill, un uomo che riesce ad evitare il trasporto forzato nelle zone di quarantena per rimanere a vivere, armato fino ai denti, nella sua cittadina dell’entroterra americano. Bill conduce un’esistenza solitaria se non in compagnia delle sue trappole. Proprio una di queste, qualche anno dopo, cattura un uomo diretto alla ZQ di Boston. Da cui nasce la storia di Bill e Frank, che rimarranno insieme per sedici anni, incrociando anche le strade di Joel e di Tess.

La figura di Bill è perfetta perché la sua funzione narrativa è eccellente e rimane intatta rispetto al gioco: fornisce un auto a Joel ed Ellie ed è la miccia per poter raccontare una storia di solitudine profonda. In questo caso, la solitudine acquista un senso più acuto, più intenso. Bill non è semplicemente un uomo solo, è uomo solo e che ha perso ogni speranza nell’umanità che solo attraverso l’amore della sua vita riesce a trovare un senso alla sua esistenza. Ed è anche qui la grandezza nella scrittura: perché nonostante la puntata sia incentrata sulle figure di Bill e Frank, l’insegnamento e lo sviluppo dei nostri protagonisti avviene comunque. La lettera indirizzata a Joel è straziante e gli permette di capire l’importanza di avere qualcuno da poter salvare quando si è ormai soli. Qualcuno per cui valga la pena vivere.

Un vademecum

Neil Druckmann dimostra ancora una volta di essere perfettamente cosciente di quello che sta facendo: quella che rischiava di essere una puntata in cui Joel ed Ellie evitano trappole ed uccidono infetti per sessanta minuti diventa un episodio intimo, dolce, introspettivo e assolutamente straziante. Druckmann riprende in mano i personaggi che tanto abbiamo amato nel 2013 con il videogioco e gli dona nuova linfa vitale, li plasma per la televisione e li fa rinascere rendendoli indimenticabili sia per il videogiocatore che ha consumato il disco sia per lo spettatore nuovo che per la prima volta si affaccia a The Last of Us.

Questa puntata è il vademecum, il manifesto di come andrebbe fatto un adattamento, televisivo o cinematografico che sia, di un prodotto che viene da un media differente. Il giusto compromesso tra rispetto per la matrice originale e volontà di innovazione. Il sapore intrinseco non viene compromesso, gli viene solo dato un gusto differente, più dolceamaro e decisamente più commovente. Esisterà probabilmente un prima e un dopo The Last of Us come è già successo per il videogioco. Ma sicuramente esisterà un prima e un dopo questo terzo episodio.

Alessandro Libianchi

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