Quando, nel 1995, Toy Story approdò nelle sale cinematografiche, alcuni di noi erano bambini, altri già grandicelli, altri ancora già genitori. Qualcuno non era ancora nato, ma chi c’era non può non ricordare il senso di meraviglia provato nel vedere Woody, Buzz Lightyear, Bo Peep e gli altri giocattoli prendere vita, non più semplici pupazzi o robot, ma veri e propri compagni di giochi, con sentimenti, paure ed emozioni. Film dopo film, quei personaggi hanno continuato a crescere, prima con Andy, e poi con Bonnie, reclutando nuovi amici, da Jessie a Forky, e accompagnando i due bambini -e anche molti di noi- verso l’età adulta. Toy Story 5, nuovo capitolo della saga creata da Pixar Animation Studios, in co-produzione con Walt Disney Pictures, e distribuita da Walt Disney Studios Motion Picture, va ad inserirsi in questo percorso di sviluppo del proprio Io e racconta, proprio come le altre pellicole del franchise, una fase specifica del lungo cammino dall’infanzia alla vita adulta.

Di cosa parla “Toy Story 5”?

Il lungometraggio, in uscita nei cinema italiani il 18 giugno, ci mostra una Bonnie diversa dalla piccola protagonista del lungometraggio precedente. Sta diventando grande e, come tutti i suoi coetanei, sente il desiderio di stringere nuove amicizie. Il velo di timidezza che la caratterizza, tuttavia,le fa vivere l’idea della socialità come una montagna insopportabile, e nemmeno i suoi fidati giocattoli, capeggiati dal nuovo sceriffo in carica, Jessie, riescono ad aiutarla. Nonostante abbiano tentato di rimandare il più possibile il momento, alla fine i genitori cedono alle lusinghe della tecnologia e, per farle tornare il sorriso, le regalano Lilypad, un dispositivo all’avanguardia che, come accade anche nel mondo reale, catalizza immediatamente la sua attenzione.

I giocattoli -in particolare la cowgirl, che ha già vissuto il trauma dell’abbandono- si sentono comprensibilmente messi da parte e, quando Lilypad procura alla sua proprietaria un invito a un pigiama party nel giro di una manciata di minuti, capiscono che il loro tempo insieme a Bonnie potrebbe essere agli sgoccioli. Qualcuno sembra accettare con pacifica rassegnazione il suo destino, ma l’indomita Jessie non è disposta ad arrendersi così facilmente. Parte così per una missione piena di colpi di scena, lasciando dietro di sé un Buzz in apprensione per ben altri motivi e Woody, tornato per aiutare la sua vecchia combriccola.

Il cast originale e quello italiano del quinto capitolo della saga

In Toy Story 5, scritto e diretto da Andrew Stanton, Tim Allen e Tom Hanks tornano per la quinta volta nei panni di Buzz e Woody, stavolta come spalle della protagonista assoluta, Jessie (Joan Cusack). Al cast dei precedenti capitoli, in gran parte riconfermato, vanno ad aggiungersi Jeff Bergman, Anna Vocino ed Ernie Hudson nei ruoli di Mr. e Mrs. Potato e Combat Carl, in sostituzione dei defunti Don Rickles, Estelle Harris e Carl Weathers. John Hopkins subentra come Mr. Pricklepants al posto di Timothy Dalton. Greta Lee, Conan O’Brien e Craig Robinson arrivano nei nuovi ruoli di Lilypad, Smarty Pants e Atlas. È il primo film della saga realizzato senza la collaborazione di John Lasseter. La colonna sonora è composta, come sempre, da Randy Newman; Taylor Swift ha composto e interpretato il tema principale del film, ovvero il singolo I Knew It, I Knew You, distribuito il 5 giugno.

La versione italiana riconferma Angelo Maggi (che ha sostirìtuito il compianto Fabrizio Frizzi), Ilaria Stagni, Massimo Dapporto, Luca Laurenti, Carlo Valli, Micaela Incitti, Corrado Guzzanti e Cinzia De Carolis. I doppiatori Gerolamo Alchieri, Tiziana Avarista, Ambrogio Colombo, Francesco Rizzi e Massimo De Ambrosis subentrano ad Angelo Nicotra, Cristina Noci, Renato Cecchetto, Saverio Moriones e Luciano De Ambrosis. Si aggiungono al cast i comici Katia Follesa e Federico Basso, il conduttore radiofonico e televisivo Gianluca Gazzoli, l’attrice Jaqueline Luna, il doppiatore Simone Mori e il cantante Sal Da Vinci, in un ruolo che, in originale, è affidato a Bad Bunny.

La tecnologia può sostituire l’immaginazione? (Spoiler, no)

Tra i temi centrali del film, il ruolo sempre più centrale della tecnologia nelle vite di tutti e, di conseguenza, anche dei più piccoli. Per una Bonnie che ancora si ingegna ad inventare una spy story o a celebrare un matrimonio con i giochi a sua disposizione, ci sono decine di bambini “rapiti” dallo schermo di tablet, iPad, PC e affini, con buona pace della creatività. Anche per noi adulti, il “nuovo mondo” si basa su connessioni immediate e, spesso, effimere. La socialità è quasi sempre affidata a una piattaforma o a uno strumento in grado di metterci in collegamento con l’altra parte del pianeta, ma tra le quattro mura della nostra camera. Questo modello, per estensione, si applica anche alle generazioni più giovani. La “rete”, grazie al fascino irresistibile della velocità, avviluppa anche la mente più resistente alle sue malie ma, se utilizzata senza criterio, può trasformarsi in una trappola fatta di fili.

I bimbi di Toy Story 5 sono svegli e istruiti, anche grazie alle app e ai giochi educativi messi a disposizione dai dispositivi, in continuo aggiornamento; sono, tuttavia, anche molto soli. Durante la pellicola, Jessie ripete più volte quanto “i nuovi giochi” stiano contribuendo alla crescita precoce dei bambini. A sette/otto anni si è già troppo grandi per dilettarsi con bambole, macchinine e peluche, e chi viene sorpreso con un bambolotto in mano può diventare oggetto di scherno. Se, in passato, anche una forchetta poteva diventare un giocattolo, ora la fantasia è ingabbiata nel reticolo invisibile di chat, sticker e livelli da sbloccare. Non occorre inventare nulla, basta seguire la strada che una macchina ha già predisposto per noi.

“Toy Story 5” è un inno alla fantasia, senza demonizzare il progresso

Attenzione, però: il film non demonizza la tecnologia nella sua interezza. Invita, piuttosto, al compromesso; tra l’alienarsi davanti al proprio portatile e ignorare il progresso della società si estende una terra di mezzo fatta di orari prestabiliti, di alternanza tra vecchi passatempi e innovazione, di bambini di oggi diversi da quelli di ieri, ma in grado di relazionarsi l’uno con l’altro senza necessariamente avere un tablet sottobraccio. All’inizio della storia, Jessie e Lilypad sono agli antipodi, e rappresentano due visioni antitetiche del mondo. Se, però, persino loro sono disposte a trovare un punto d’incontro, allora possiamo farlo tutti, e godere dei vantaggi apportati nelle nostre vite dall’intelligenza artificiale senza lasciare che questa fagociti le nostre inclinazioni.

Estro e creatività, dopotutto, sono il patrimonio che ognuno di noi sviluppa durante l’infanzia, e che prova a portare con sé in qualsiasi fase della vita, a volte riuscendoci appieno, altre no. Toy Story 5 insegna a tenerci stretti entrambi; in una quotidianità spesso arida, continuare ad innaffiare il fiore della fantasia è un atto d’amore salvifico, verso noi stessi e verso chi ci ha sostenuto mentre muovevamo i primi passi, che si tratti di un eroe intergalattico con le crisi d’identità o di un cowboy che non accetta di buon grado i cambiamenti.

Il tempo passa per Woody, per Buzz, per Jessie e anche per noi

La pancetta e la calvizie incipiente di Woody sono il segno inequivocabile dello scorrere del tempo, e un colpo sotto la cintura per chi, all’epoca di Toy Story 1, era decisamente più basso e sdentato di ora. Se nel terzo capitolo la visione di un Andy ormai cresciuto e in procinto di abbandonare il nido aveva scosso gli spettatori, rendersi conto dell’inevitabile “invecchiamento” dei personaggi che ci tengono compagnia da oltre trent’anni fa increspare le labbra in un sorriso dolceamaro e nostalgico. Proprio come Jessie, a volte fatichiamo a fare pace con quello che era, e che non è più. Crescere, e lasciare indietro qualcosa di noi, non vuol dire però dimenticare, e quella bambola che ci teneva compagnia nei pomeriggi estivi rimarrà sempre un bel ricordo, da custodire nel cuore e da ripescare all’occorrenza.

Ad un certo punto della pellicola, un personaggio dice «Il compito di un giocattolo è rendere felice un bambino». Come Woody, Buzz e tutti gli altri ci dimostrano da anni, il significato di Toy Story, sin da quel lontano 1995, sta tutto qui. Proprio come Bonnie, tutti noi dobbiamo impegnarci a essere felici, con i giochi e non, senza paura di essere noi stessi, anche quando abbiamo paura di non essere capiti, o accettati. Anche quando ci sentiremo soli, ormai lo sappiamo, possiamo stare tranquilli: ci saranno sempre uno sceriffo pasticcione e uno space ranger svitato a guardarci le spalle.

Federica Checchia