Cultura

Trilussa cantava Roma sulle tovaglie delle osterie

In una ‘certa Roma‘, quella bassa, popolare, dal sapore tradizionale, dalle espressioni laiche, ha trovato la poesia a misura umana: Trilussa non vede la magnificenza della capitale nell’oro, negli orpelli, nello sfarzo. Ma nella quotidianità, nelle raffigurazioni a portata di tutti, graffiti, stemmi, insegne. Alla ricerca dell’impronta lasciata dall’anonimo amanuense, più che dal capriccio dell’artista. Sempre contro ogni retorica, come la tanto discussa ‘carta oleata’ del droghiere, con cui incarta la merce decurtandone il peso netto. Tutta la simpatia di Trilussa andrà alla schietta vitalità.

Quando un tempo, esistevano le Osterie con ancora la lettera “h” nell’insegna, e le frequentavano la gente del popolo, Trilussa v’immaginò il pranzo conciliatore tra romani e sabini, nel poemetto “Il ratto delle Sabine“. La   violenza e il conturbante erotismo, propri dell’atto perpetrato dai Romani per procurarsi le mogli e assicurarsi la prosecuzione della stirpe, è rivissuto dal poeta tra una “fojetta” (il mezzo litro alla romana), e un “chirichetto” (il quinto di un litro, così chiamato per la sua forma di ampolla somigliante a quella nella Messa); o la più piccola delle misure, il decimo di litro detto “sospiro” o “sottovoce” (perché si sospirava nel richiederlo, in quanto molto piccolo, o ci si vergognava di non poter disporre di maggior denaro). C’era la “fraschetta” come insegna: un mazzo di rami di arbusto con tante foglie, che invitava i viandanti alla bevuta. “Bottega! otto caffè rumme a la tazza! Voi sora sposa come lo pijate?-Io? cor chifanio…- E voi, bella ragazza?-Io me lo pijo come me lo date…- Cammeriere! Sei sordo? Otto cimotti!Sbrighete! viè’ a servi’ ’sti patriotti!…“. (Da “Il ratto delle Sabine“, Trilussa).

Trilussa, il coperto di cultura

Dopo la guerra, ormai vecchio e povero, non ha mai rinunciato ad andare a mangiare nelle osterie. Trilussa non avendo soldi, pagava così: dopo aver mangiato, scriveva una poesia su un pezzo di carta e la regalava all’oste. Succedeva allora, quando l’arte ‘pagava’, e ‘ripagava’. Ancora non c’era il neon, gli arredi non erano d’avanguardia, e l’amicizia univa i tavoli degli avventori, insieme a sfilatino burro e alici. Pur possedendo in casa 2500 libri, Trilussa era pur sempre un uomo comune, che stava in mezzo la gente, capace di frequentare anche osterie malfamate. E il giorno successivo lo si poteva trovare a pranzo con la Regina Margherita. E vi era un luogo a Roma, dove si incrociavano i nobili di casa Savoia, che andavano a cavallo all’ippodromo o per campagne, e i frequentatori di trattorie: a Tor di Quinto da Angelino Severini, che con la moglie Rosa, aveva rilevato la vecchia osteria “Sora Grazia“. Vino, pollo, famosi i carciofi, ma soprattutto i versi dialettali che tanto attraevano Trilussa, assiduo commensale.

Capitava che la puritana società, usasse le insegne come copertura. Per nascondere il vero commercio sotto un altro nome. Ce ne informa Trilussa, che ne fu arguto testimone a Roma, attraverso la poesia “Cammera ammobbijata“. Specificando, doverosamente, “la bella donna che non viddi mai..”. Perché la storia andò così: la sora Pia, compiacente intermediaria, disse a Trilussa di passare alle sei a via dell’Orso, per trovare “un bocconcino proprio da poeta“. Camere in affitto per 10 lire l’ora, “tutto compreso” recitava un’insegna innocente. “Ecco la chiave. Vada pure franco; troverà scritto su la porta mia ‘Pia Sbudinfiori, cucitrice in bianco’. Entri e l’aspetti”. Naturalmente il poeta cercava qualcosa di diverso, e, compreso il doppio senso che lì si celava, fugge via.

Un tempo s’imparava dall’insegna

“Ma la mejo bottega è lo spezziale, che tiè esposti in vetrina a pennellone, tre lavativi, e sotto l’iscrizzione: ‘Preferite er prodotto nazzionale’ “. Nel secondo sonetto di “Paesetto“, ci parla della ‘farmacia della natura’, ovvero gli erboristi, o semplicisti come si diceva un tempo. Come quella del Pozzo delle Cornacchie, “Erboristeria Cimino” vecchia di due secoli, o “l’Antica Erboristeria Romana” in via di Torre Argentina 15. Con la sua invettiva, con l’ironia maliziosa, riesce sempre a svelare la verità, dietro la menzogna. Così Trilussa non tralascia l’araldica romana, i suoi simboli e gli altisonanti stemmi. “Bisogna che lo stemma corisponna, ar nome istesso a furia de pupazzi, bianchi, rossi, turchini, pavonazzi, tutti inquadrati in d’una cosa tonna. / Li Colonna che ciànno? Una colonna. Presempio, la famija Ficarazzi cosa credi che tienghi? Quattro razzi, co un ber fico in mano d’una donna.”

Trilussa conosce la sua Roma a memoria. Ne sa tutte le asperità, le dolcezze, i dolori. E nel sonetto “Er ceco“, troviamo una dovizia di particolari: ‘Il poveretto quanno sentiva de svortà er cantone, e avendo saputo fin da creatura, attraverso le parole di sua madre, che lì c’era un Cristo, cianciava la solita orazzione’. Su l’archetto ar cantone de la piazza, ar posto der lampione che c’è adesso, ce stava un Cristo e un Angelo de gesso che reggeva un lumino in una tazza. Più c’era un quadro, indove una regazza veniva libberata da un’ossesso: ricordo d’un miracolo successo, sbiadito da la pioggia e da la guazza. Ma una bella matina er propietario levò l’archetto e tutto quer che c’era, pè dallo a Spizzichino l’antiquario. Er Cristo agnede in Francia, e l’Angeletto lo prese una signora forestiera che ce guarnì la cammera da letto“.

Trilussa, testimone dello e di spirito

“..ar posto der lumino che s’accenneva pe’ l’avemmaria, cianno schiaffato un lume d’osteria cor trasparente che c’è scritto: Vino”. (Da “Er cieco“, Trilussa). Storie, sonetti, divenuti proverbi, tra ‘Ommini e bestie’, regalati a Roma. C’è chi ne sente dentro una certa amarezza, chi la confonde con la nostalgia. Il piacere di vivere che ha trovato Trilussa nella città capitolina, è lurido, come quel pezzo di tovaglia stracciata; aspro, come chi risente al mattino l’amaro di certe bevute notturne.

Federica De Candia. Seguiteci Su MMI e Metropolitan cinema

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