Donald Trump non sembra aver preso benissimo la decisione del giudice federale Christopher Cooper, che ha bloccato la ristrutturazione del Kennedy Center e ha ordinato la rimozione del suo nome dal centro, definendolo “un odiatore anti-Trump”. In un lungo sfogo via social, ha poi assicurato che il principale centro per le arti performative del Paese, che voleva chiudere per due anni di lavori di ristrutturazione, “sarà presto chiuso, probabilmente per non riaprire mai più”. Su Truth Social, il presidente si è scagliato contro l’ennesima battuta d’arresto legale, affermando che sia impossibile per lui “essere trattato equamente”, collegando la sentenza alle precedenti sconfitte, tra cui il rigetto da parte della Corte Suprema, a febbraio, delle sue politiche tariffarie generalizzate.

Trump e la disputa sul John F. Kennedy Center for the Performing Arts

Già poche ore dopo il verdetto, il tycoon ha dichiarato di voler rinunciare ai lavori di ristrutturazione e di star prendendo accordi per cedere al Congresso il controllo di quello che, fino al secondo mandato del presidente repubblicano, era noto come John F. Kennedy Center for the Performing Arts. La Casa Bianca non ha immediatamente chiarito la sua posizione, né ha specificato se continuerà a ricoprire la carica di presidente del consiglio di amministrazione del centro.

Un precedente post di Trump, che segnalava un ripensamento sul centro, ha dato speranza agli artisti che si erano sentiti emarginati dalla sua presa di controllo. Norm Eisen, ex avvocato della Casa Bianca specializzato in etica e coinvolto in una causa legale contro i piani di Trump per il Kennedy Center, ha dichiarato: “Ho già ricevuto messaggi da artisti e spettatori entusiasti del ritorno del Kennedy Center a una normalità non partigiana. È ancora presto, ma non appena l’ordinanza del tribunale sarà attuata, compresa la rimozione del nome di Trump dall’edificio e il Consiglio di amministrazione si atterrà alla legge, sono ottimista sul fatto che il Centro inizierà il lungo percorso di recupero”.

Le insinuazioni di Trump e la sentenza del giudice Cooper

Senza fornire prove, Trump ha insinuato che la moglie di Cooper, l’avvocata Amy Jeffress, fosse in parte responsabile della sentenza. Il presidente ha fatto notare come Jeffress, socia dello studio legale Hecker Fink, sia un’ex procuratrice federale che ha lavorato come consulente del procuratore generale Eric Holder durante l’amministrazione di Barack Obama. Ha poi ricordato che Hecker Fink rappresenta Joe Biden in una causa contro il Dipartimento di Giustizia per bloccare la diffusione di registrazioni audio e trascrizioni delle interviste del democratico con un ghostwriter, ottenute nell’ambito di un’indagine sulla gestione di documenti classificati da parte dell’ex presidente durante il suo periodo come senatore e vicepresidente.

Nella sua sentenza, Cooper ha affermato che la votazione del consiglio di amministrazione del Kennedy Center del 16 marzo per la chiusura della struttura era “mal informata e apparentemente predeterminata”, senza alcun riguardo per gli obblighi legali. L’amministrazione aveva annunciato che i lavori sarebbero iniziati a luglio e sarebbero durati circa due anni. Il giudice ha anche stabilito che il consiglio di amministrazione “ha oltrepassato i propri limiti statutari” aggiungendo il nome di Trump al Kennedy Center. Il Congresso ha dato il nome al Kennedy Center e solo il Congresso può cambiarlo, ha affermato. Cooper ha ordinato che il nome di Trump venga rimosso entro due settimane. Naturalmente, il presidente ha difeso il proprio operato, sostenendo che il centro, intitolato al presidente John Fitzgerald Kennedy e inaugurato nel 1971, era “arrugginito, fatiscente e infestato da topi e insetti” e che “il nuovo edificio sarebbe stato incomparabile”.

Federica Checchia