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Allo stadio Marassi di Genova, perché quel coro ultras non faceva ridere?

Domenica scorsa, al Marassi di Genova, si è vista giocare la partita di Serie A tra Inter e Sampdoria: so già che partendo così, questo articolo potrebbe apparire come l’incipit di una cronaca calcistica. Ed invece no. No, perché non voglio parlare di fuorigioco, cartellini rossi o gialli, e tiri in calcio d’angolo: voglio parlare di quello che è accaduto prima dell’inizio della partita, in quell’arco di tempo che ha preceduto il fischio d’inizio, con il coro ultras.

Cos’è accaduto?

Di calcio non me ne intendo, non me ne sono mai intesa e sicuramente, mai me ne intenderò: l’unica cosa che so con certezza è che, prima dell’inizio di un incontro, il prato all’inglese del campo viene sottoposto ad una rigorosa manutenzione che anche il 12 settembre 2021 è stata praticata, soltanto che questa volta non è stata come tutte le altre perché responsabile della manutenzione era una Lei che, in pochissimo tempo, è diventata bersaglio dei cori ultras dei tifosi.

Il video, che nelle ultime ore ha spopolato sui social, mostra una ragazza intenta a svolgere il proprio lavoro, sotto gli occhi di innumerevoli uomini che le urlano cantando “Lascialo stare/ il tagliaerba/ te la rasiamo noi”.

A me, onestamente, non fa ridere.

Cosa c’è di sbagliato in quel coro ultras?

Non fa ridere, né me. né qualunque altra persona dotata di raziocinio, perché “goliardata” non è sinonimo di “molestia” e quella a cui si assiste è a tutti gli effetti una molestia, molto simile al famigerato “catcalling” praticato per le strade.

Una donna, impegnata a lavorare, è costretta ad ascoltare gli apprezzamenti poco signorili e cantilenanti di un branco, seduto su degli spalti, che “inneggiano” alla sua vagina.

Vorrei porre la questione su un punto di vista puramente riflessivo e poi partire con quello che ho coniato come “womansplaining“: tentiamo di ribaltare la situazione, vi spiego perché non fa ridere. Immaginiamo un giovane uomo che svolge la sua attività e all’improvviso una folla di donne in balìa dei propri umorismi sguaiati cominciasse a intonare canti a proposito del suo membro. Il malcapitato, impossibilitato dal mollare a metà le proprie mansioni, si vedrebbe costretto a sorridere nervosamente e a far finta di nulla. Quale commento provocherebbe tutto ciò? “Malate”, “Perverse”, “Inaccettabile ed impensabile”, “Ma dove siamo finiti?”, “Poverino”.

Sì, sono certa che un evento simile incontrerebbe tali giudizi perché i carnefici sarebbero delle donne e a noi non è concesso ciò, ma tornando alla realtà e osservando ciò che è veramente accaduto, tutto è giustificato con “Ma è normale! Sono uomini! E poi lei rideva divertita!”.

No, non è normale!

Non è normale giustificare così il sessismo, farlo passare per un qualcosa di socialmente accettabile solo perché il tuo corpo, da secoli, è associato a stereotipi sessuali e di desiderio. Non è normale incolpare la vittima per le proprie reazioni che possono apparire agli occhi altrui come più o meno comprensibili. Non è normale non condannare mai il carnefice. Non è normale banalizzare il tutto ad un coro da stadio e riderci su. Non è normale non vedere nulla di male nella cultura dello stupro.

Mi è capitato di leggere vari articoli su questo avvenimento, scritti da diversi colleghi, e no, non concordo con chi la butta sulla condanna e conclude la propria riflessione con “Vorrei vedere se capitasse a vostra madre, vostra sorella o vostra figlia.”

Credo che questo possa essere il commento più misogino da fare, rappresentante la tossicità che impregna la morale comune: bisogna smetterla di impostare il rispetto basandosi su un concetto di appartenenza patriarcale. Le donne non sono oggetti, non sono protagoniste di squallidi racconti da osteria, non vanno rispettate soltanto perché potrebbero essere “le vostre donne”; questi sono modi di agire e di ragionare arcaici ed obsoleti, dannosi.

Mi rattrista dover essere qui, di fronte al mio computer, a digitare parole su di una tastiera che possano in qualche modo spiegare e rammentare, per l’ennesima volta, che è stata compiuta una violenza. Psicologica, verbale, ma non da meno di una fisica.

E sappiate che se leggendo questo articolo tenterete di giustificare tutto con il discorsetto alla Pio e Amedeo, mi dispiace dirvelo, ma avete un gran problema.

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